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Omicidio del 2013 nel Tarantino, caso riaperto: due arresti

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Svolta nelle indagini su un omicidio rimasto irrisolto per oltre un decennio: i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Taranto hanno eseguito nella notte un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due uomini ritenuti gravemente indiziati di omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso e detenzione illegale di arma da fuoco.

Il provvedimento, disposto dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, riguarda Cosimo Campo di San Giorgio Ionico e Anselmo Venere di Pulsano, entrambi 57enni, indicati rispettivamente come esecutore materiale e mandante dell’uccisione di Martino Marangia, imprenditore edile di 50 anni assassinato il 14 ottobre 2013.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il delitto maturò in un contesto di contrasti legati ad attività lavorative nel settore edile. Alla base ci sarebbe una violenta aggressione avvenuta nel 2010, quando la vittima avrebbe reagito a una spedizione punitiva ferendo il presunto mandante e un suo collaboratore. Un episodio ritenuto all’origine della successiva vendetta.

Le indagini, coordinate dalla Dda di Lecce e dalla procura di Taranto, hanno consentito di riaprire il “cold case” grazie a nuovi elementi investigativi, tra cui intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che hanno trovato riscontro nel corso degli approfondimenti più recenti.

Venere si trovava già in carcere per un’altra operazione eseguita nei mesi scorsi, nell’ambito di un’inchiesta su presunte attività estorsive nel versante orientale della provincia ionica. L’omicidio avvenne in contrada Rotondelle, alla periferia di Pulsano, dove l’imprenditore fu raggiunto da diversi colpi di pistola calibro 9×21.

Gli investigatori ritengono che l’azione sia stata pianificata e portata a termine con modalità riconducibili a contesti criminali organizzati. I dettagli dell’operazione sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa al Comando provinciale dei carabinieri di Taranto, alla presenza dei vertici della magistratura inquirente.

I dettagli del caso nella conferenza stampa

“L’omicidio si configurerebbe come una azione punitiva esemplare, finalizzata a ristabilire un equilibrio criminale compromesso e a riaffermare, con la violenza, il prestigio e la capacità intimidatoria del soggetto dominante”. Così gli inquirenti hanno descritto il contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio di Martino Marangia, imprenditore edile 50enne di Pulsano (Taranto) assassinato il 14 ottobre 2013 in contrada Rotondelle, alla periferia del paese, mentre stava facendo rientro nella sua abitazione. Nella circostanza, la vittima, mentre era a bordo della propria auto, era stata raggiunta da almeno 10 colpi di pistola. A distanza di tredici anni dal delitto sono state arrestate due persone: Cosimo Campo di San Giorgio Ionico e Anselmo Venere di Pulsano, entrambi 57enni, indicati rispettivamente come esecutore materiale e mandante. Ai due è stata notificata dai carabinieri una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Lecce Alcide Maritati. I dettagli sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa a Taranto dal procuratore della Repubblica di Lecce e capo della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Capoccia, dal procuratore capo di Taranto Eugenia Pentassuglia, dal pubblico ministero Milto De Nozza della Direzione distrettuale Antimafia e dal pm della procura ionica Francesca Colaci (che hanno condotto le indagini) e dal colonnello Antonio Marinucci, comandante provinciale di Taranto. Alla base dell’omicidio – è stato sottolineato – “vi sarebbe un movente radicato in una spirale di violenza e sopraffazione: da un lato, contrasti legati all’attività lavorativa dell’impresa edile della vittima, ritenuta dal mandante Anselmo Venere inadempiente rispetto ai tempi di esecuzione dei lavori; dall’altro e soprattutto, un precedente e violento scontro che quest’ultimo aveva avuto con la vittima” tre anni prima del delitto.

In questa occasione, Venere – che aveva tentato un’aggressione armata in danno dell’imprenditore – sarebbe stato disarmato del coltello, sopraffatto e colpito, riportando gravi lesioni tali da rendere necessario il ricovero in ospedale. Un episodio che, nel contesto criminale di riferimento, aveva assunto un significato ben più profondo di una semplice lite: una pubblica umiliazione, una perdita di prestigio e di autorità che, secondo le logiche mafiose, non poteva restare impunita. È proprio in questa chiave che il movente assume un rilievo centrale: quell’onta, maturata nel tempo e alimentata dal rancore, doveva essere necessariamente “lavata” con il sangue. Le indagini avrebbero inoltre evidenziato come il mandante avesse pianificato con estrema cura ogni fase, predisponendo un alibi e adottando accorgimenti per eludere le investigazioni, tra cui il ricorso a un esecutore materiale selezionato anche per la sua minore riconducibilità al contesto territoriale all’area di influenza del gruppo criminale. Il lavoro investigativo è stato reso particolarmente difficoltoso dal clima di omertà e dalla sistematica capacità degli indagati di ostacolare l’accertamento della verità, “attraverso comportamenti accorti, comunicazioni ambigue e il condizionamento di soggetti informati sui fatti, uno dei quali si era recato direttamente dal mandante dell’omicidio per ricevere precise istruzioni su cosa riferire agli inquirenti”. Anselmo Venere nel dicembre scorso era stato arrestato nell’ambito dell’operazione denominata Argan in quanto ritenuto ai vertici di una presunta organizzazione che gestiva le estorsioni nel versante orientale della provincia. Nel corso delle indagini sarebbero emersi gravi indizi di colpevolezza grazie a intercettazioni che avrebbero confermato la versione fornita da un collaboratore di giustizia e di un “dichiarante” che in passato non erano state sufficienti a indagarlo per l’omicidio.

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Fonte:

www.ansa.it

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