Giorgia Meloni difende la norma del decreto sicurezza che prevede un premio di 615 euro per gli avvocati dei migranti nel caso in cui i loro assistiti accettino il rimpatrio volontario, dice di non considerarla un pasticcio e spiega: «Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso». Inutile dire che se non c’è nessun pasticcio e la norma è di assoluto buon senso, non si capisce quale sia il motivo dei rilievi del Quirinale e degli avvocati, e ancor meno perché quei rilievi dovrebbero essere inseriti in un provvedimento ad hoc.
Ma la contraddizione logica è il meno. Molto più grave è la proposta in sé, e forse ancor più grave che la presidente del Consiglio la rivendichi e la difenda come «di assoluto buon senso». Ma se è così, perché accontentarsi di così poco, perché non estendere un simile provvedimento anche agli avvocati dei pedofili, dei mafiosi o degli stupratori, assegnando loro un premio in denaro per ogni confessione, collaborazione o patteggiamento ottenuti dai loro assistiti? Dite che costerebbe troppo? Ma allora perché non toglierli proprio, gli avvocati, saltare tutta questa inutile trafila e decidere che per alcune categorie il diritto alla difesa non è previsto, le scelte dell’autorità non sono appellabili, e chiusa lì. Certo che sarebbe incostituzionale, e non vedo come potrebbe non esserlo, sia nel caso in cui il risultato venga raggiunto attraverso la strada ipocrita dell’incentivo agli avvocati, sia che venga presentato per quello che è. Figurarsi se le modifiche fossero quelle di cui si parla sui giornali, come ad esempio il fatto che il legale dovrebbe essere pagato comunque, anche nel caso in cui il rimpatrio non avvenga (in pratica, un premio alla buona volontà: è il pensiero che conta).
Ancora una volta, Meloni e tutto il suo governo si dimostrano garantisti solo con gli amici loro, e giustizialisti con tutti gli altri. Naturalmente la norma sembra anche un maldestro tentativo di rispondere al problema della concorrenza a destra da parte del generale Roberto Vannacci, come scrive su Linkiesta Mario Lavia, ma non credo sia l’aspetto più importante. Il punto è che tutta questa vicenda dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la deriva orbaniana del nostro sistema fosse un rischio niente affatto remoto, che solo la sconfitta ottenuta dal governo nel referendum e la vistosa crisi che ne è seguita rendono oggi un po’ meno angosciante.
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