Il Pnr è stato posto in consultazione pubblica dai ministeri di Ambiente e Agricoltura e dall’Ispra. Si tratta di un documento atteso da decenni.
Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, assieme a quello dell’Agricoltura e all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno avviato la consultazione pubblica sul Piano nazionale di ripristino della natura (Pnr). Si tratta di un documento atteso da decenni, grazie al quale si potrà disciplinare il consumo di suolo in Italia in maniera coerente con le normative europee, al fine di preservare gli ecosistemi e la biodiversità, recuperando le aree degradate terrestri e di acqua dolce, marine, urbane, agricole e forestali. Il tutto nel contesto dei cambiamenti climatici e nell’ottica di prevenire e ridurre gli impatti delle catastrofi naturali.
Il Pnr discende dalla lontana direttiva Habitat del 1992
Attraverso il Pnr, il nostro paese dà attuazione al Regolamento europeo sul ripristino della natura, (il 2024/1991, entrato in vigore il 18 agosto del 2024), arrivato a sua volta a ben 32 anni di distanza dalla direttiva Habitat (del 21 maggio 1992). Quello che risale a due anni fa rappresenta il primo regolamento ad affrontare la questione su scala europea.
“Il Regolamento – sottolinea l’Ispra – nasce dall’urgenza di introdurre azioni coordinate per contrastare la perdita di biodiversità e il degrado in atto negli ecosistemi, come evidenziato dai dati raccolti dalla comunità scientifica internazionale. Gli ecosistemi degradati non sono in grado di fornire alcuni servizi ad essi collegati come il cibo, l’acqua pulita e la regolazione del clima. Servizi da cui dipendono sia la salute, l’equità sociale, la qualità della vita, l’economia della nostra società sia gli organismi viventi con cui condividiamo il Pianeta”.
Cosa prevede concretamente il Piano nazionale di ripristino della natura
Concretamente, il Piano nazionale di ripristino della natura prevede un insieme di azioni che l’Italia si impegna a realizzare. Il regolamento europeo precisa infatti che “è necessario stabilire a livello dell’Unione norme sul ripristino degli ecosistemi al fine di garantire il recupero di una natura ricca di biodiversità e resilienza in tutto il territorio”.
Di conseguenza, agli stati membri è chiesto, tra le altre cose, di adottare misure di ripristino entro il 2030 su almeno il 30 per cento della superficie totale di tutti i tipi di habitat non in buono stato. Quindi, entro il 2040, di raggiungere il 60 per cento e di arrivare al 90 per cento entro la metà dal secolo.
Va detto però che il Pnr non si applicherà a tutti i Comuni italiani: quelli coinvolti in modo “obbligatorio” sono 2.761 (su un totale di circa 7.800, gli altri potranno aderirvi su base volontaria). Le virgolette sono d’obbligo poiché occorrerà concretamente verificare quali saranno le politiche attuate dalle giunte in questione. Se, in altre parole, normative urbanistiche e piani regolatori saranno conformi al Pnr. Soprattutto considerando che ben il 22 per cento della superficie terrestre dell’Unione europea è rappresentata proprio da ecosistemi urbani.
Nel Pnr misure particolarmente stringenti per i Comuni in materia di aree verdi
Non si tratta di una questione da poco, poiché la disciplina che discende dal Pnr è, sulla carta, estremamente stringente. All’articolo 8, ad esempio, si parla di azzeramento della “perdita netta di spazi verdi entro il 2030 e aumento dell’area totale degli spazi verdi a partire dal 2031”. Tradotto: per i Comuni sarà impossibile ridurre le aree verdi se non adottando misure di ripristino compensative.
Non solo: per rispettare il Piano occorrerà “rimuovere le barriere alla connettività delle acque superficiali e ripristinare almeno 25mila chilometri di fiumi”; “invertire il declino degli impollinatori”; “migliorare gli indicatori di biodiversità in aree agricole (avifauna, farfalle ed elementi caratteristici del paesaggio) e ripristinare i suoli organici che costituiscono torbiere drenate”. E ancora “mettere in atto misure di ripristino per rafforzare la biodiversità degli ecosistemi forestali”.
Si tratta in ogni caso di una buona notizia. La parola, nell’immediato, è a chi parteciperà alla consultazione pubblica: gruppi di ricerca scientifica, singoli cittadini, associazioni di categoria, ambientaliste, comitati locali e qualsiasi altro soggetto interessato. Una volta raccolte le osservazioni, a giugno, l’Ispra rivedrà il testo prima dell’approvazione definitiva.
I prossimi passaggi (che coinvolgono la Commissione europea) e il traguardo di settembre 2027
La prima proposta del Pnr sarà quindi trasmessa alla Commissione europea entro il 1 settembre. L’organismo esecutivo di Bruxelles avrà a quel punto sei mesi di tempo per inviare una risposta ai ministeri e all’Ispra, e questi ultimi avranno tempo fino al 1 settembre 2027 per integrare le eventuali raccomandazioni giunte, prima della trasmissione definitiva.

Il Piano, però, non sarà scolpito nella pietra: l’Ispra sottolinea che il documento rappresenta infatti “un processo dinamico” e che perciò “sarà continuamente aggiornato a partire dalle nuove conoscenze scientifiche sullo stato degli ecosistemi, dalle valutazioni dei risultati delle misure già avviate e dalle priorità che si manifesteranno nel tempo”. Il lavoro di pianificazione, insomma, “continuerà anche dopo la consegna”. Affinché sia efficace, occorrerà però che tutti gli enti locali coinvolti lo sentano e lo facciano proprio.
Siamo anche su WhatsApp.
Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Fonte:
www.lifegate.it



