Qualche giorno fa chiacchieravo con i candidati al David di Donatello 2026 per il miglior cortometraggio, ed è venuta fuori come sempre l’annosa questione: i corti sono – semplificando – il passaggio obbligato per i lunghi, oppure sono cinema che può bastare a sé stesso? Romanticamente – e non credo illusoriamente – si è optato per la risposta 2, e del resto ci sono segnali incoraggianti dal mondo dell’audiovisivo tutto. Gli stessi David, dallo scorso anno e dall’attivazione di una collaborazione con MUBI, hanno deciso di decretare il miglior corto dell’anno nella serata di premiazione insieme a tutti gli altri – prima i “cortisti” erano relegati al tavolo dei bambini, con l’annuncio del vincitore durante la conferenza stampa delle nomination, senza la gloria della diretta.
In generale festival, rassegne, cinemini cittadini o provinciali hanno aumentato la programmazione dei “piccoli”, spesso scelti anche dai grandi autori – complici le piattaforme e una visione sempre più frammentata che ci riguarda tutti – come detour tra un lungo e l’altro. Alice Rohrwacher ha firmato i progetti baby con JR e il bellissimo Le pupille arrivato agli Oscar, Yorgos Lanthimos ha spostato la sua nota passione per i corti negli spot (che certamente sono meglio pagati, e dove infila star come la sua Emma Stone, Scarlett Johansson, George Clooney), e dai corti – com’è sempre accaduto – arrivano sempre più giovani autori coinvolti soprattutto in progetti seriali (penso a Nicola Sorcinelli, candidato l’anno scorso ai David per La confessione e ora con Maria Sole Tognazzi alla regia di In Utero, dall’8 maggio su HBO Max).
Da quando mi hanno chiamato fra i selezionatori di MAX3MIN – il festival dei corti cortissimi da un’idea di Martina Schmied, partito nel 2021, piena pandemia, tutti guardavamo di tutto, cose lunghe, brevi, video di TikTok, Heimat –, con quelli che sarebbero diventati compagni di avventura festivaliera e soprattutto compagni di bevute ci siamo molto interrogati su cosa volesse dire corto. L’abbiamo fatto anche qui su Rolling Stone. La short culture, abbiamo stabilito, era (è) un mondo che prende tutto. Cinema, social, visioni di ogni tipo, scroll, festival, streaming, qualsiasi scampolo mischiato e remixato, senza soluzione di continuità. Ci eravamo (ci siamo) immersi.
Con gli anni, la tesi non è cambiata, anche perché MAX3MIN risponde a un criterio severo e a suo modo illuminante: corti di massimo 3 minuti, appunto. Più short di così non si può. Però c’è stata – progressivamente, naturalmente – una sorta di sintesi che ci ha riportati al punto di partenza. Vale a dire alla convinzione, almeno per noi, che i lavori pensati da questi autori di ogni parte del mondo (quest’anno in concorso ci sono 54 titoli da 21 Paesi) sono oggetti di cinema. Dunque i corti, tornando a quello che scrivevo all’inizio, sono cinema a tutti gli effetti. Punto. Che la durata sia più o meno ampia, che siano una palestra o una destinazione, che l’autore o l’autrice abbia 18 o 70 anni (son capitati entrambi i casi).
Negli anni, compreso questo, sono passati nomi affermati, studenti di scuole cinema, artigiani dell’animazione, sperimentatori hardcore, videoclippari che pensano di vivere ancora nell’epoca MTV (e in fondo ci viviamo, solo sono cambiati i confini), magari anche visionari della domenica, ma tutti e tutte con uno sguardo. È quello che troviamo anche nella selezione di quest’anno. La presentiamo e la premiamo in una serata – il 5 maggio al Cinema Beltrade di Milano dalle ore 20 (altre info qui) – che è un mini-festival, come è giusto che sia per quelli che sono, l’ho detto, dei film. Una serata di cinema, e basta.
Fonte:
www.rollingstone.it



