(di Francesco Gallo)
“Oggi non gli piacerebbe il panorama
politico, sapere che c’è Fratelli d’Italia al governo, ma ancora
di più il fatto che la sinistra non riesca a concretizzare un
programma e neppure una coalizione”. Così Silvia Scola stamani
alla presentazione della mostra ‘Ettore Scola. Non ci siamo mai
lasciati’ (2 maggio-13 settembre) allestita a Palazzo Braschi
nel decennale della scomparsa del regista (19 gennaio 2016).
Suo padre avrebbe fatto un film su queste difficoltà della
sinistra italiana? “Non so se ne avrebbe avuto la forza –
risponde a margine dell’incontro -. Era comunque sempre
ottimista sulle generazioni future, vedeva nelle cose sempre
qualcosa di buono. Credo comunque che oggi avrebbe sicuramente
criticato molto la sinistra e avrebbe trovato rifugio nel
movimento civile. Questo scenario non l’avrebbe certo
sopportato, in fondo quando diresse ‘La terrazza’ era proprio
per criticare certa sinistra di allora”.
La mostra, promossa da Roma Capitale e curata da Silvia Scola
e Alessandro Nicosia, è stata presentata, con la moderazione di
Gloria Satta, dalla stessa figlia del regista, da Massimiliano
Smeriglio, Ilaria Miarelli Mariani e Giulio Scarpati. In
esposizione fotografie, manoscritti, oggetti, sceneggiature
originali e appunti personali, articoli di giornali e riviste,
vignette, bozzetti di scena. Completano poi il percorso alcuni
documentari, mentre tra i cimeli spiccano le sedie da regista,
la macchina per scrivere, i primi ciak e il trench indossato da
Federico Fellini in ‘C’eravamo tanto amati’.
“Se mio padre ha lasciato qualcosa in questo ambiente è
proprio l’aspetto umano e questo anche rispetto a grandissimi
registi, forse più grandi di lui, ma comunque meno amati e
ricordati. La sua grande lezione è stata quella di mettere il
dito nella piaga, usando la commedia per portare avanti
argomenti profondi da condividere con la grande massa”,
sottolinea Silvia Scola.
Non c’era in lui anche cinismo? “Sì, ma era un cinismo
disincantato, un cinismo provocatorio e molto ironico. Non era
certo cattivo, c’era sempre anche molto pudore in lui. E poi, se
vogliamo dirla tutta, mio padre veniva dal quel mondo del
Marc’Aurelio in cui tutti erano ferocissimi l’uno con l’altro.
Lui era poi sempre la stessa persona, da regista, da politico,
da sceneggiatore e da militante, perché ha fatto anche tanto
cinema militante. Quello che secondo me resta di lui è la
bellezza della sua umanità”. Il film preferito di Silvia Scola?
“Sicuramente Brutti, sporchi e cattivi (1976)”.
“A dieci anni dalla scomparsa del maestro Ettore Scola –
sottolinea l’assessore alla cultura di Roma Capitale
Massimiliano Smeriglio – rendiamo omaggio con questa grande
mostra ad un umanista dallo sguardo libero, che ha raccontato i
suoi personaggi, gli esseri umani, in modo completo, riuscendo a
far vivere nell’immaginario collettivo che sopravvive ai suoi
film, il tratto concreto e mai banale delle relazioni, delle
persone nel divenire del nostro tempo; le difficoltà, l’amore,
l’amicizia, la vecchiaia e la morte. La mostra racconta tutti
questi aspetti e lo fa dedicando uno sguardo importante alla
città di Roma, a cui Scola era legato da un legame speciale,
profondo e autentico, in grado di raccontare la Capitale senza
edulcorazioni, nelle sue verità e nelle sue diverse fasi
storiche, a partire dal dopoguerra. L’esposizione a Palazzo
Braschi significa riconoscere la rilevanza del cinema e il suo
valore di accessibilità culturale, grazie al modo di raccontare
del maestro: un racconto popolare, denso di riflessione critica
ma anche di leggerezza”.
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