Quasi quattro secoli di storia legano la famiglia Tedeschi alla Valpolicella. I primi documenti che ne attestano la presenza nel territorio risalgono al 1630, ma la trasformazione in una moderna azienda vitivinicola arriva negli anni 60, quando Lorenzo Tedeschi intuisce il potenziale del vigneto Monte Olmi e decide di vinificare separatamente le sue uve. Nasce così uno dei primi cru della Valpolicella. «Mio padre capì che lì nasceva un vino diverso dagli altri, così iniziò a vinificarlo separatamente, indicando il nome della vigna in etichetta quando ancora nessuno parlava di terroir», ricorda a Business People Maria Sabrina Tedeschi, alla guida della cantina insieme alla sua famiglia.
Oggi l’azienda conta circa 48 ettari di vigne tra la Valpolicella Classica e la tenuta Maternigo, acquisita nei primi anni Duemila nella parte orientale della denominazione, e cinque cru tra Amarone e Valpolicella. Una crescita costruita puntando sulla valorizzazione dei singoli terroir e sull’equilibrio tra tradizione e ricerca. Vediamo come.
Dal XVII secolo Tedeschi si è evoluta molto. Cosa è rimasto, invece, invariato nel tempo?
Sicuramente l’attenzione a esprimere al meglio il territorio e, in particolare, le singole zone all’interno della nostra proprietà. Fin dagli anni 60 abbiamo scelto la strada dei cru e non quella dell’aumento dei volumi. Il nostro obiettivo è sempre stato la qualità. Oggi produciamo circa 500 mila bottiglie, distribuite su dodici etichette diverse. Si tratta quindi di una produzione che potremmo definire ancora artigianale, pur su una scala ormai significativa. Un altro elemento che non è mai cambiato è lo stile dei nostri vini: abbiamo sempre cercato di mantenere una linea classica, evitando di inseguire le mode del momento. In alcune fasi del mercato questo ha significato anche rinunciare a una maggiore popolarità. Oggi, fortunatamente, il nostro approccio viene di nuovo apprezzato e riconosciuto.
Qual è invece la caratteristica più importante della “nuova” Tedeschi?
Abbiamo lavorato e stiamo ancora lavorando molto sull’espressione della freschezza aromatica. Collaboriamo con diverse istituzioni scientifiche, per comprendere sempre meglio la materia prima con cui lavoriamo, così da valorizzarne pienamente le caratteristiche. Un esempio concreto riguarda il processo di appassimento delle uve. Nel tempo abbiamo sviluppato un sistema controllato che prevede la gestione della temperatura, dell’umidità e della ventilazione. Questo consente di ottenere un appassimento più omogeneo e di preservare meglio la freschezza aromatica del frutto. Parallelamente stiamo lavorando anche per mantenere l’equilibrio dei vini in un contesto di cambiamento climatico, prestando grande attenzione alla gradazione alcolica e all’armonia complessiva del prodotto.
I tre fratelli Tedeschi con i genitori
Il vostro lavoro è legato alla natura, ma allo stesso tempo integrate innovazione e ricerca. Come riuscite a conciliare i due aspetti?
Il punto di equilibrio è sempre il prodotto finale. Da anni siamo certificati secondo gli standard Biodiversity Friend ed Equalitas. In passato abbiamo anche intrapreso un percorso di conversione al biologico, ma l’esperienza ci ha mostrato che, per noi, non sempre garantisce il risultato migliore: in alcuni casi comportava perdite di produzione troppo elevate. Abbiamo quindi scelto di adattare gli interventi alle condizioni dell’annata. Quando lo permettono operiamo in modo molto vicino al biologico; quando è necessario interveniamo con prodotti che ci consentono di ridurre il numero di trattamenti e mantenere un equilibrio sostenibile anche dal punto di vista dell’impronta idrica e carbonica. L’obiettivo rimane lo stesso: garantire qualità e rispetto del territorio che deve sempre evolvere in eleganza del vino.
Il mercato oggi sembra orientarsi verso vini più leggeri o addirittura low o no alcohol. Come vi inserite in questo scenario?
L’Amarone deve mantenere la propria identità. Chi lo sceglie sa di trovarsi davanti a un vino importante e strutturato, e lo cerca proprio per queste sue caratteristiche. Il nostro compito è lavorare affinché la sua complessità si traduca in eleganza e bevibilità, mantenendo equilibrio. Allo stesso tempo il nostro territorio, con le sue diverse tipologie, offre già una varietà di stili molto ampia. Se il mercato richiede prodotti più leggeri, la risposta può arrivare dal Valpolicella, che è tradizionalmente un vino più “quotidiano”. In questo caso lavoriamo anche in vigneto per mantenere gradazioni alcoliche più contenute. Invece, i vini no alcohol, al momento non rappresentano un nostro obiettivo.
Avete inaugurato l’Archivio dei Vini Tedeschi, aperto anche agli appassionati. È un modo per educare il pubblico al valore dei grandi vini?
In parte sì. Negli anni abbiamo sempre cercato di conservare una parte della produzione, perché i nostri vini sono pensati per evolvere nel tempo. Da qualche anno abbiamo deciso di mettere queste bottiglie anche a disposizione del pubblico. Oggi l’archivio ne conta circa 28 mila, a partire dei primi anni Duemila. Nello scrigno di famiglia non mancano ovviamente annate risalenti agli anni 60, 70 e 80, ma queste sono presenti in quantità molto limitate e destinate a degustazioni esclusive. Questo progetto nasce anche con l’obiettivo di arricchire le carte dei ristoranti: ci sono clienti che apprezzano la possibilità di scegliere annate più mature, che permettono di vivere un’esperienza diversa durante la cena.
Quattro etichette di Amarone proposte da Tedeschi. Da sinistra: Amarone Marne 180, Amarone Monte Olmi, Amarone Maternigo e Amarone La Fabriseria.
Spesso sottolineate il ruolo centrale della famiglia nel vostro successo. Qual è il segreto di un passaggio generazionale riuscito?
Credo sia saper riconoscere le passioni e le competenze di ciascuno. Di noi fratelli, io sono stata l’ultima a entrare in azienda, dopo un’altra esperienza professionale. Quando siamo arrivati a lavorare tutti insieme, abbiamo suddiviso i ruoli in modo naturale, anche se poi capita di aiutarsi a vicenda. Mio fratello Riccardo è l’enologo di famiglia e con lui condivido parte dell’attività di export, oltre a occuparmi del marketing. Mia sorella Antonietta segue, invece, il mercato italiano e la gestione amministrativa. Recentemente, poi, è entrato in azienda anche suo figlio Enrico, che – dopo alcuni anni di attività come avvocato – ha deciso di seguire la sua passione per il vino. Oggi sta collaborando allo sviluppo del mercato italiano, che rappresenta circa il 15-20% delle nostre vendite e intendiamo rafforzare ulteriormente.
Essere una delle cantine storiche della Valpolicella è più un vantaggio o una responsabilità?
Entrambi. Bisogna pensare che la Valpolicella di oggi è molto diversa da quella degli anni 70. All’epoca il nome della denominazione non aveva ancora il riconoscimento internazionale di cui gode adesso. Solo nel tempo, grazie all’impegno di molte aziende storiche e di diverse generazioni di produttori, questo è diventato un territorio vitivinicolo apprezzato in tutto il mondo. Tale risultato rappresenta sicuramente un vantaggio per chi opera qui, ma comporta anche una responsabilità importante. Ogni produttore contribuisce, infatti, a costruire e mantenere la reputazione complessiva della denominazione. Oggi abbiamo più strumenti, conoscenze e visibilità rispetto al passato, ma ogni epoca presenta sfide diverse. La differenza è che possiamo affrontarle con una maggiore esperienza e con la consapevolezza di far parte di una storia e di un territorio che negli anni hanno conquistato un nome importante.
Tra i vostri vini ce n’è uno a cui è particolarmente affezionata?
È difficile sceglierne uno solo. Il Monte Olmi ha un valore speciale perché rappresenta le nostre radici ed è il vino con cui la famiglia si è fatta conoscere nel mondo. Accanto a questo c’è l’Amarone Marne 180, che più ci rappresenta in termini di volumi e distribuzione internazionale, e che negli anni ci ha permesso di investire in ricerca e sviluppo. Anche questo Amarone dimostra una straordinaria capacità di evoluzione nel tempo. Infine, c’è il Valpolicella, un vino in cui abbiamo sempre creduto: oggi sta vivendo una nuova valorizzazione, e per noi rappresenta una parte importante dell’identità del territorio.
Fonte:
www.businesspeople.it



