Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimosso dall’incarico la ministra della giustizia (Attorney General) Pam Bondi, aprendo un nuovo fronte di instabilità all’interno della sua amministrazione e del Dipartimento di Giustizia. Secondo quanto riportato da diverse fonti vicine alla Casa Bianca, compresa Fox News, la decisione sarebbe maturata nelle ultime ore, al termine di settimane di crescente insoddisfazione per la gestione politica e comunicativa della ministra.
Bondi sarebbe stata informata direttamente nello Studio Ovale, poco prima del discorso presidenziale sulla guerra in Iran di ieri. Al momento dell’intervento pubblico di Trump, la procuratrice generale aveva già lasciato l’incarico ed era in viaggio verso la Florida. A prendere temporaneamente il suo posto sarà il vice procuratore generale Todd Blanche, mentre tra i possibili sostituti circola il nome di Lee Zeldin, attuale capo dell’Agenzia per la protezione ambientale.
Dietro la decisione si muove però una dinamica più complessa, che il New York Times aveva ricostruito ieri come il risultato di mesi di tensioni politiche e errori strategici. Al centro delle critiche c’è soprattutto la gestione del caso Jeffrey Epstein, diventato una vera e propria mina politica per l’amministrazione. Durante un’audizione al Congresso, Bondi aveva offerto una difesa definita dal quotidiano «bombasticamente provocatoria», fatta di attacchi e risposte evasive, che secondo molti osservatori ha solo aumentato la sfiducia nei suoi confronti.
Il problema, sottolinea ancora il New York Times, è stato anche politico: la ministra ha finito per trasformare una questione delicata in una vulnerabilità per lo stesso Trump, alimentando sospetti e tensioni anche tra i repubblicani. «Per i critici, è stato solo l’ultimo di una serie di errori non forzati», scrive il giornale, in un quadro segnato da «più di un anno di passi falsi e problemi di comunicazione».
Bondi aveva mantenuto la sua posizione fin qui grazie alla lealtà personale verso il presidente. Il New York Times la descrive come «sintonizzata sulle richieste di Trump», una qualità che però si è rivelata anche il suo punto debole: «Questo la rende particolarmente vulnerabile ai cambiamenti di umore del presidente». Nelle ultime settimane, infatti, Trump avrebbe inviato segnali contrastanti, alternando apprezzamenti pubblici a discussioni private sulla sua possibile sostituzione.
Lo stesso Trump si sarebbe lamentato sia delle capacità comunicative di Bondi sia della mancanza di aggressività del Dipartimento di Giustizia nel colpire i suoi avversari politici. Una pressione costante che ha contribuito a logorare la posizione della procuratrice generale, già indebolita dalle tensioni interne e dalle critiche crescenti nel Congresso.
Il caso Epstein ha rappresentato il punto di svolta. Dopo aver inizialmente promesso rivelazioni clamorose, Bondi aveva diffuso documenti giudicati inconsistenti, alimentando accuse di insabbiamento. Un errore che, secondo il New York Times, alcuni suoi alleati considerano catastrofico e da cui non si sarebbe mai realmente ripresa.
Nel frattempo, anche parte del Partito repubblicano ha iniziato a prendere le distanze. Alcuni parlamentari hanno chiesto maggiore trasparenza, arrivando a sostenere che il Dipartimento di Giustizia fosse più impegnato a proteggere i potenti che a garantire giustizia. Un segnale di come il sostegno politico attorno a Bondi si stesse progressivamente erodendo.
Il licenziamento di Bondi fa parte di una strategia più ampia del presidente degli Stati Uniti: sacrificare le figure politicamente più ingombranti per ricompattare il consenso in un delicato anno elettorale, con le midterm in arrivo a novembre. Resta ora da capire se la sostituzione di Bondi sarà sufficiente a chiudere una vicenda che ha esposto tensioni profonde tra Casa Bianca, Congresso e apparati giudiziari. In ogni caso, come nelle autocrazie di tutto il mondo, il cambio al vertice del Dipartimento di Giustizia conferma che anche nell’amministrazione Trump la stabilità degli incarichi è strettamente legata alla fiducia personale del leader più che alla tenuta istituzionale o ai risultati politici.
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