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Vocazioni. Card. You Heung-sik: “Non abbiate paura di ascoltare il Signore e di seguirlo”

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A San Giovanni in Laterano la veglia vocazionale in preparazione alle ordinazioni presbiteriali con Papa Leone XIV. Il card. You Heung-sik ai giovani: “Non abbiate paura di ascoltare il Signore e di seguirlo”. Reina: “La vocazione non è un obbligo, né una rinuncia sterile: è un’amicizia” che nasce dall’ascolto e dall’affidamento a Dio

(Foto Gennari)

Fermarsi in adorazione, ascoltare la Parola di Dio e affidare a Lui la propria vita. Tre inviti, rivolti ai giovani da Papa Leone XIV nel Messaggio per la 63ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, divenuti gesti concreti ieri sera, in una gremita basilica di San Giovanni in Laterano. Centinaia di ragazzi hanno partecipato alla veglia vocazionale in preparazione alla Messa con il rito di ordinazione dei presbiteri che domani, domenica 26 aprile, sarà presieduta dal Pontefice nella basilica di San Pietro. I giovani hanno meditato la Parola di Dio, si sono inginocchiati in silenzio davanti al Santissimo Sacramento, hanno aperto il proprio cuore a Gesù. “Non abbiate paura di ascoltare il Signore e di seguirlo con fiducia”, l’esortazione del card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il clero, che ha presieduto la celebrazione definendola “un momento di grazia” per riscoprire “il dono che Dio ha posto nel cuore di ognuno”. I verbi fermarsi, ascoltare, affidarsi hanno scandito le tappe della serata organizzata dal Dicastero per il clero, in collaborazione con la Diocesi di Roma, il Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei. La preghiera è stata curata dal Pontificio seminario romano maggiore e animata dal Coro della diocesi di Roma diretto da mons. Marco Frisina. Il tema del Messaggio, “La scoperta interiore del dono di Dio”, ha fatto da filo conduttore alla serata.

Fermarsi e ascoltareArticolando la riflessione attorno ai “tre verbi semplici, ma decisivi per ogni vocazione autentica”, il vicario per la diocesi di Roma, card. Baldo Reina, ha approfondito l’essenza di ogni chiamata, sia essa al matrimonio, al ministero ordinato o alla vita consacrata. Qualsiasi essa sia, è essenziale ricordare che “le vocazioni fioriranno proprio nella dimensione in cui noi comunicheremo solo Gesù Cristo e non noi stessi”. Innanzitutto, bisogna fermarsi, “un grande atto di umiltà e di coraggio” che si pone in controtendenza rispetto alla “mentalità dominante”. La società, ha osservato Reina, oggi “ci spinge a correre, ad affannarci in tante cose e soprattutto a produrre, come se fosse solo ciò che ‘facciamo’ a definirci; Gesù, invece, ci chiede di fermarci, di scegliere, in virtù della nostra libertà, di interrompere questa corsa affannosa e di interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul motivo per cui siamo stati creati, voluti e desiderati da Dio”. Solo così si può avere consapevolezza della propria vocazione. Quest’ultima, ha spiegato, “non è un obbligo, né una rinuncia sterile: è un’amicizia”. Non scaturisce dallo sforzo individuale, è preceduta “da una scelta, da uno sguardo, da un amore”. Fermarsi, quindi, non significa mettere in stand-by la propria vita, “ma interrompere la frenesia per riconoscere una verità fondamentale: noi non siamo la vite, siamo soltanto i tralci. Solo chi si ferma riesce a vedere che la linfa della vita non viene da noi, ma da Lui”. Dal silenzio della sosta scaturisce l’ascolto. La vocazione, ha proseguito il vicario di Roma, “non nasce in prima istanza come un progetto da realizzare, ma può generarsi solo nel momento in cui si accoglie e custodisce l’identità che il Signore ci ha donato nel Battesimo”. Ascoltare, quindi, “significa mettere l’orecchio sul Suo cuore. È nell’ascolto di Dio, nella preghiera del cuore, nel tempo speso con Lui e per Lui, che possiamo intravedere ciò a cui Egli ci chiama, la felicità che ci promette”. Infine, l’invito ad affidarsi, il verbo “più decisivo e liberante”, ha concluso Reina. “Anche quando non vedo tutto chiaro, anche quando ho paura, anche quando la strada sembra impegnativa. Affidarsi significa credere che il dono di Dio dentro di me è buono, è vero, ed è più grande delle mie incertezze”.

Affidarsi all’iniziativa di DioOgni verbo è stato riletto attraverso la concretezza della vita di una religiosa, di un diacono e di un ordinando presbitero. Suor Ester Maddalena, francescana alcantarina, ha raccontato della scoperta della sua vocazione dopo un periodo di crisi e la partecipazione a un corso ad Assisi. Tornata a Roma decise di fermarsi e “di dedicare tempo a scrutare e meditare il Vangelo”. Quella Parola l’ha aiutata a conoscere quale fosse il suo “modo di amare”. “Cristo – ha detto – mi ha aiutato a riconoscere la vocazione della mia vita: dedicarmi interamente a Dio, a servizio della Chiesa e dei fratelli. Il Signore ha trasformato la mia vita senza alcun gusto in una vita bella, adulta e amata e per questo a disposizione della missione che Cristo mi indica ogni giorno nella consacrazione”. Per Danilo, diacono permanente della diocesi di Roma, la vocazione “non riguarda solo ciò che si è chiamati a fare, ma prima di tutto ciò che si è chiamati ad essere nel progetto di Dio. Un progetto che richiede di ascoltare, discernere e vivere la sua gioia”. Infine, Cristian Sguazzino, che sarà ordinato sacerdote domani, si è soffermato sull’affidarsi che “ha a che fare con la vita anche quando le cose accadono in modo diverso da come le avevamo immaginate. Affidarsi – ha detto – significa smettere di tenere tutto sotto controllo, smettere di prevedere o di ostinarsi a capire. Significa aprirsi all’imprevisto e avere ben chiaro che la vocazione non è mai qualcosa di definito una volta per tutte. È lasciare aperto il cuore all’iniziativa di Dio, è scoprirsi povero”.

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Fonte:

www.agensir.it

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