“Diritto a Stare Bene”: la proposta di legge popolare che chiede allo Stato di prendersi cura della salute mentale dei lavoratori
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Quasi un milione di morti l’anno. Non per infortuni sul lavoro, non per incidenti. Per stress, precarietà, orari impossibili. Li chiamano “rischi psicosociali”. Noi li chiamiamo “settimana pesante” e andiamo avanti: è un tipo di fatica che non si vede quando timbri il cartellino. Non lascia segni sulle mani, non si misura in ore di straordinario. Si accumula piano, tra una mail alle 23.00 e il telefono che vibra anche la domenica, tra contratti brevi e obiettivi che cambiano ogni mese. È quella che resta addosso quando torni a casa e non riesci a staccare davvero.
Negli ultimi anni questa pressione ha preso forma nei numeri. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima oltre 840mila morti ogni anno legate a rischi psicosociali sul lavoro, come stress cronico, orari eccessivi e insicurezza occupazionale. Un dato che sposta il tema fuori dalla sfera privata e lo porta dentro la sanità pubblica, dove ormai pesa quanto altri fattori più visibili.
Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), quasi il 45% dei lavoratori europei segnala fattori di rischio per la salute mentale. Stress, ansia e depressione rappresentano il secondo problema di salute lavoro-correlato più diffuso nel continente.
Il lavoro produce pressione, la pressione diventa sintomo, il sintomo viene restituito al singolo come problema personale. Dormi male? Gestisci lo stress. Hai l’ansia prima di aprire la mail? Lavora sulla resilienza. Ti senti svuotato dopo mesi di precarietà, reperibilità e obiettivi irraggiungibili? Impara a organizzarti meglio. È una traduzione comoda, perché lascia intatto il meccanismo che consuma e sposta la riparazione su chi è già consumato.
Il costo invisibile che il sistema non registra
In Italia il fenomeno emerge con lentezza, ma i dati iniziano a tenere il passo. Nel 2024 i nuovi utenti dei servizi di salute mentale sono stati oltre 272mila, con più di 10 milioni di prestazioni territoriali erogate. Numeri che raccontano un sistema già sotto pressione, prima ancora di affrontare davvero il nodo del lavoro. Il problema è che questa sofferenza arriva tardi nei radar pubblici. Quando entra nei servizi sanitari è già diventata qualcosa di strutturato: ansia persistente, depressione, burnout. Tutto quello che succede prima, il logoramento quotidiano, resta fuori dalle statistiche più visibili.
Eppure, è proprio lì che si gioca la partita. Il lavoro contemporaneo ha cambiato ritmo: meno confini tra tempo libero e tempo lavorativo, più esposizione continua, più precarietà. Il risultato è una tensione costante che non si scarica mai davvero. L’INAIL, nel 2025, ha aggiornato i propri strumenti per valutare lo stress lavoro-correlato, includendo fattori come il lavoro da remoto e l’impatto delle nuove tecnologie. Un segnale chiaro: il problema esiste, cresce, e ha bisogno di essere misurato meglio.
Una proposta concreta: la rete psicologica nazionale
Dentro questo scenario si inserisce la proposta “Diritto a Stare Bene”, arrivata in Parlamento con oltre 70mila firme. L’idea è costruire una rete psicologica pubblica, accessibile e diffusa, capace di intercettare il disagio prima che diventi emergenza sanitaria. Non si tratta solo di aumentare i servizi, ma di cambiare il punto di ingresso: portare il supporto psicologico vicino alla vita quotidiana, nei territori e anche nei luoghi di lavoro.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) segnala che lo psicologo di base è già presente o previsto in diverse Regioni, ma manca ancora una struttura nazionale stabile. Questo crea una geografia poco equa: alcune aree iniziano a costruire risposte, altre restano scoperte. Nel frattempo, il disagio cresce in modo uniforme.
La questione si complica con l’ingresso sempre più forte della tecnologia nei processi lavorativi. Smart working, reperibilità continua, piattaforme digitali: strumenti utili, che però allargano il tempo di lavoro fino a renderlo indistinto.
Il confine tra presenza e assenza si assottiglia. E quando il confine sparisce, il recupero diventa più difficile. Gli studi europei mostrano che un uso intensivo delle tecnologie, soprattutto senza regole chiare, si associa a maggiore affaticamento mentale e a difficoltà di concentrazione. Il lavoro entra nello spazio domestico e ci resta.
Un problema collettivo, non individuale
Per anni il disagio psicologico legato al lavoro è stato trattato come una questione privata: resilienza personale, gestione dello stress, capacità individuale di adattamento. Questa lettura oggi non regge più. I numeri indicano un fenomeno strutturale, diffuso, con impatti sociali ed economici rilevanti. Una rete psicologica nazionale avrebbe proprio questa funzione: spostare il problema dal singolo al sistema. Intervenire prima, alleggerire il carico sui servizi sanitari, ridurre l’impatto sul lungo periodo.
Una rete psicologica nazionale servirebbe anche a rompere questo trucco elegante: chiamare “benessere aziendale” ciò che spesso arriva dopo anni di carichi tossici, turni compressi, paura di perdere il lavoro e disponibilità permanente. Il supporto psicologico diventa serio quando smette di essere una toppa gentile sullo stesso tessuto che continua a strapparsi. Perché il lavoro continua a essere misurato in produttività, assenze, performance, fatturato. Intanto, da qualche parte, qualcuno resta sveglio alle tre di notte con il telefono sul comodino e la testa ancora in ufficio. Quella voce lì non entra in nessun bilancio, ma presenta sempre il conto.
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Fonte:
www.greenme.it



