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Biennale Arte, caos a Venezia: si dimette la giuria, Mic smentisce il commissariamento

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Altro che celebrazione dell’arte contemporanea: la 61esima Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia si apre sotto il segno del caos, con le polemiche che da settimane investono il ritorno della Russia, la minacciata esclusione dai premi degli artisti russi e israeliani, l’assenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, alle cerimonie ufficiali, l’ispezione ministeriale nella sede della Fondazione a Ca’ Giustinian e infine le dimissioni della giuria internazionale con l’annullamento della solenne inaugurazione.

A pochi giorni dall’avvio ufficiale del 9 maggio, la città lagunare è diventata il teatro di una crisi senza precedenti che intreccia geopolitica, diritto, diplomazia e cultura, travolgendo certezze consolidate e imponendo una serie di decisioni straordinarie che segnano una frattura nella storia stessa della secolare manifestazione. Non si tratta di una semplice polemica o di un incidente di percorso. È un effetto domino che ha investito ogni livello dell’organizzazione: dalla governance interna ai rapporti internazionali, fino al ruolo delle istituzioni italiane ed europee. Il risultato è un’edizione che si annuncia come la più controversa di sempre, una Biennale Arte 2026 che ancora prima di aprire ha già riscritto le proprie regole.

Cerimonia e premi, si ferma tutto

Il primo segnale di rottura è clamoroso: salta la tradizionale cerimonia inaugurale. Un fatto mai accaduto in questi termini. Con essa, viene meno anche l’assegnazione dei Leoni d’Oro e d’Argento, momento simbolico che da sempre segna l’avvio ufficiale della manifestazione. Al posto della giuria internazionale, dimessasi in blocco, saranno i visitatori a votare i premi. I riconoscimenti verranno assegnati solo il 22 novembre, ultimo giorno di apertura.

Una decisione che cambia radicalmente la natura della Biennale: da evento guidato da un’élite curatoriale a esperienza partecipativa, quasi plebiscitaria. Una scelta che la Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha giustificato con “l’eccezionalità della situazione geopolitica”, ma che in realtà appare come una soluzione obbligata di fronte a uno scontro diventato ingestibile. A cercare di calmare le acque è arrivata una nota del MiC: “Non è, e non è mai stato nelle intenzioni del Ministero della Cultura commissariare il presidente della Biennale di Venezia. Il MiC si è limitato a chiedere e ottenere documenti amministrativi da mettere a disposizione del Maeci e di Palazzo Chigi per le dovute valutazioni circa le richieste della Ue sul rispetto del quadro sanzionatorio nei confronti della Federazione russa. Quanto alle dimissioni della giuria internazionale della Biennale, esse sono state apprese dal MiC dagli organi di informazione, e riguardano esclusivamente la potestà autonoma della Biennale di Venezia. Il Ministro Giuli, come da dichiarazioni pubbliche, conferma l’identità di vedute con il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni”.

Tensioni su Israele e Russia

Al centro della crisi di giornata ci sono le dimissioni della giuria internazionale, presieduta da Solange Farkas. Una decisione maturata dopo giorni di tensioni legate alla scelta – poi rivelatasi esplosiva – di escludere dalla premiazione alcuni Paesi coinvolti in controversie internazionali. La giuria aveva infatti dichiarato l’intenzione di non assegnare premi a Stati accusati di crimini contro l’umanità, facendo riferimento in particolare a Russia e Israele. Una presa di posizione etica e politica che ha però aperto un fronte giuridico delicatissimo. Il regolamento della Biennale, secondo diverse interpretazioni, non consentirebbe infatti una simile esclusione. Da qui il rischio di contenziosi e la crescente pressione istituzionale. Le dimissioni sono arrivate come atto finale di una situazione ormai insostenibile: un gesto che ha evitato uno scontro frontale.

A rendere ancora più incandescente il clima è stata la reazione dell’artista Belu-Simion Fainaru, rappresentante del padiglione israeliano. Attraverso i suoi legali, Fainaru ha inviato una diffida formale alla Biennale, al Ministero della Cultura e alla Presidenza del Consiglio, denunciando una discriminazione basata sulla nazionalità. L’artista ha rivendicato il principio secondo cui le opere devono essere giudicate indipendentemente dal passaporto di chi le realizza, evocando anche possibili profili di antisemitismo.

Gli ispettori del Mic

In questo contesto già esplosivo si è inserito l’intervento del Ministero della Cultura. Per due giorni, una squadra di quattro ispettori guidata da Angelo Piero Cappello ha lavorato nella sede della Biennale a Ca’ Giustinian, acquisendo documenti e analizzando nel dettaglio le procedure adottate. L’ispezione ha riguardato un ampio spettro di attività: dalla gestione amministrativa ai rapporti con i Paesi partecipanti, fino alle decisioni della giuria. Un’operazione definita “ordinaria” dal ministro Alessandro Giuli, ma percepita da molti come un segnale politico forte. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, avrebbe manifestato irritazione per tempi e modalità dell’intervento, sottolineando la delicatezza del momento a ridosso dell’apertura.

Tra i dossier più sensibili esaminati dagli ispettori c’è quello della Federazione Russa. Nonostante le sanzioni europee legate alla guerra in Ucraina, il padiglione russo ai Giardini dovrebbe riaprirà per soli tre giorni durante la vernice (6-8 maggio), per poi richiudere all’apertura ufficiale al pubblico il 9 maggio. Una soluzione ibrida, che ha suscitato critiche e proteste. La presenza, seppur temporanea, della Russia è diventata il simbolo delle contraddizioni della Biennale: inclusione contro sanzioni, dialogo contro isolamento. La questione ha avuto ripercussioni anche a livello europeo. Il commissario alla Cultura Glenn Micallef ha annunciato che non parteciperà all’inaugurazione finché la Russia sarà invitata. Una presa di posizione che apre interrogativi anche sul futuro dei finanziamenti comunitari, almeno 2 milioni di euro sono a rischio per progetti legati al cinema.

Il no di Giuli

A complicare ulteriormente il quadro c’è la decisione del ministro Alessandro Giuli di non partecipare all’inaugurazione per segnalare la distanza del governo dalla decisione della Biennale di consentire il ritorno della Russia, paese aggressore dell’Ucraina. Un gesto che, al di là delle motivazioni ufficiali, assume un significato politico evidente. Per la prima volta, la Biennale Arte si apre senza il rappresentante del governo italiano. Un vuoto istituzionale che pesa e che riflette la profondità della crisi in atto.

Nel tentativo di uscire dall’impasse, la Fondazione ha scelto una strada radicale: affidare ai visitatori la decisione sui premi. Tutti i Paesi partecipanti, inclusi Russia, Israele, Iran e Stati Uniti, concorreranno secondo il principio di parità. Nasce così il “Leone dei Visitatori”, una formula che richiama lo spirito democratico ma che rappresenta anche un ripiegamento rispetto alla tradizione critica e curatoriale della Biennale.

Il ruolo della Biennale

La crisi del 2026 riporta al centro una questione antica ma oggi più attuale che mai: quale deve essere il ruolo della Biennale? Fin dalla sua nascita, la manifestazione si è definita come uno spazio neutrale, una sorta di “Onu delle arti” capace di superare le divisioni politiche. Ma in un mondo segnato da guerre, sanzioni e polarizzazioni, questa neutralità appare sempre più difficile da sostenere. Le pressioni perché l’arte prenda posizione si scontrano con la necessità di preservare uno spazio di libertà. Il risultato è un equilibrio instabile, che la crisi attuale ha reso evidente in tutta la sua fragilità.

Nei giorni della vernice, dal 5 all’8 maggio, sono attese oltre 22mila persone e più di 3.000 giornalisti. Venezia sarà, ancora una volta, il centro del sistema artistico globale. Ma questa centralità ha oggi un volto diverso: non solo creatività, ma anche conflitto. (di Paolo Martini)

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Fonte:

www.adnkronos.com

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