HomeEconomiaEredità: famiglie impreparate al passaggio della ricchezza, caos nella gestione dei dati

Eredità: famiglie impreparate al passaggio della ricchezza, caos nella gestione dei dati

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Il trasferimento intergenerazionale della ricchezza privata è uno dei nodi più critici della pianificazione patrimoniale, eppure continua a essere largamente trascurato. Lo evidenzia la prima edizione del Global Wealth Transfer Survey di Penguin Analytics, condotta in 18 Paesi su oltre 13.500 famiglie con patrimoni compresi tra 1,2 e 100 milioni di dollari.

Il dato più significativo riguarda la fragilità percepita dagli stessi detentori di capitale: il 48% teme che gli eredi possano non riuscire a entrare pienamente in possesso dei beni familiari. Eppure soltanto il 6% ha predisposto un piano scritto di successione o una strategia strutturata per il passaggio del patrimonio.

Secondo l’indagine, durante la trasmissione agli eredi si disperde mediamente il 31% della ricchezza familiare. Un fenomeno che non riguarda soltanto i grandi patrimoni, ma soprattutto la fascia intermedia della ricchezza globale: il 74,6% delle perdite si concentra infatti tra famiglie con asset compresi tra 1,2 e 99 milioni di dollari.

Il paradosso della delega impossibile

Lo studio evidenzia inoltre una crescente diffidenza verso gli intermediari tradizionali. L’89,1% degli intervistati dubita che professionisti o persone di fiducia siano in grado di eseguire correttamente le volontà patrimoniali al momento della successione. Parallelamente, il 71,4% si dichiara disposto ad affidarsi a una terza parte purché il processo sia automatizzato e privo di intervento umano.

Una dinamica che segnala la domanda crescente di soluzioni digitali evolute per il wealth transfer, oggi ancora poco sviluppate. Anche gli strumenti classici di pianificazione restano marginali: i family trust interessano appena lo 0,4% del campione, mentre i family office si fermano allo 0,7%.

L’indagine rileva inoltre che nel 69% dei casi il tenore di vita familiare diminuisce dopo il passaggio generazionale. Nonostante ciò, solo il 5% degli intervistati è consapevole che patrimoni nella fascia tra 1,2 e 99 milioni di dollari tendono statisticamente a non sopravvivere oltre una generazione.

Il caos nella gestione dei dati

Nell’economia digitale, la disponibilità di dati aggiornati e completi sui propri asset vale quanto — se non più — dei documenti cartacei. Eppure solo l’11% del campione ne è pienamente consapevole.

La situazione operativa resta fragile: l’87,1% degli intervistati mantiene un registro dei propri beni a un livello scarso o appena sufficiente, mentre l’82,4% aggiorna tali dati utilizzando comunque metodi considerati non sicuri. In particolare, il 97,3% dei fondatori di capitale ricorre a sistemi di archiviazione ritenuti inaffidabili, soprattutto per l’assenza di alternative adeguate sul mercato.

Le conseguenze possono essere rilevanti. In caso di eventi imprevisti, gli eredi dispongono nella maggior parte dei Paesi di una finestra di tre-sei mesi per prendere possesso dei beni. Senza informazioni complete, tuttavia, riescono ad accedere soltanto agli asset più evidenti.

Soltanto il 17,5% degli intervistati è inoltre consapevole che i fondatori perdono fino a un sesto della storia documentale dei propri beni ogni anno: un patrimonio informativo difficilmente recuperabile, soprattutto dalle generazioni successive.

Crypto, il rischio invisibile della proprietà

Il tema degli asset digitali introduce un ulteriore livello di complessità. Nel 91% dei casi, il passaggio da valuta fiat a criptovalute — e viceversa — genera una discontinuità nella catena di proprietà.

L’87% degli intervistati ignora che, in assenza dei dati fondamentali relativi all’asset, il recupero delle criptovalute diventa di fatto impossibile. Secondo l’indagine, il 23,7% degli asset crypto presenti sul mercato risulta oggi privo di un proprietario identificabile, un dato noto soltanto al 9,3% del campione.

 


Fonte:

www.wallstreetitalia.com

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