Giuliano Felten non è un nome che appare nelle cronache finanziarie. Eppure la scelta che ha fatto nelle ultime settimane dice più di molte dichiarazioni pubbliche. Felten guida la divisione Security & Defence di Ferretti Group, quella che sviluppa unità navali ad alta velocità per marine militari, guardie costiere e forze dell’ordine. E ha deciso di aderire all’offerta pubblica d’acquisto lanciata da Kkcg, il veicolo del miliardario ceco Karel Komárek, conferendo oltre 300.000 azioni. Il manager che sovrintende alle tecnologie più sensibili del gruppo si è schierato esplicitamente contro l’azionista statale cinese Weichai. È una scena piccola, quasi impercettibile nel rumore dello scontro che oppone i due principali azionisti dell’azienda della cantieristica navale con sede a Forlì – Weichai e Kkcg – in vista dell’assemblea degli azionisti del 14 maggio. Ma è anche la scena giusta per capire di cosa si stia davvero parlando.
Il Financial Times ha raccontato ieri la vicenda dalla voce di Alberto Galassi, amministratore delegato dal 2014, nominato proprio da Weichai: mancanza di visione industriale, decisioni bloccate, il ritiro del buyback, l’eliminazione della divisione sicurezza definita «grave errore». È una storia di governance. Ma lascia fuori il piano su cui la storia diventa più complicata.
Ferretti è anzitutto un gruppo della nautica di lusso con marchi come Riva, Pershing, Custom Line e Wally. Il suo fatturato viene dagli yacht. Ma al suo interno opera una divisione che produce pattugliatori, piattaforme navali ad alta velocità e sistemi integrati di comunicazione e sensoristica per clienti istituzionali. Economicamente non decisiva ma tecnologicamente sensibile. Abbastanza da far rientrare Ferretti nel perimetro formale del golden power italiano, quello che riguarda difesa e asset di sicurezza nazionale. A questo si aggiunge una dimensione emergente, ancora sottovalutata: gli yacht moderni non sono barche, sono sistemi tecnologici complessi. Navigazione avanzata, comunicazioni satellitari, raccolta di dati su rotte e profili utente, integrazione con ecosistemi digitali. Chi controlla la piattaforma software controlla anche il flusso di dati che quella piattaforma genera.
Il trasferimento verso QingdaoNon è un’ipotesi teorica. Fonti pubbliche – comunicazioni ufficiali di Weichai, dichiarazioni del suo allora presidente Tan Xuguang, articoli su media cinesi e italiani – documentano che il conglomerato ha trasferito tecnologie produttive da Ferretti verso un polo nautico in costruzione a Qingdao, presentato come hub globale del settore. Tan Xuguang aveva parlato esplicitamente di accelerare l’adozione delle tecnologie produttive di Ferretti per acquisire commesse di imbarcazioni governative cinesi. Nello stesso hub sono previste «navi per servizi pubblici»: sicurezza marittima, soccorso, forze dell’ordine (motovedette). La linea tra cantieristica civile di lusso e tecnologia navale con applicazioni istituzionali, in quel contesto, è sottile. Il profilo di Weichai aggiunge un ulteriore livello di rischio. Il Government Pension Fund Global norvegese – uno degli investitori istituzionali più attenti al rischio geopolitico – ha escluso Weichai dal proprio universo investibile per rischi legati alle catene di fornitura militari verso Russia e Bielorussia. Non è un dettaglio da bilancio: è un segnale che i decisori italiani non possono ignorare.
La geometria del golden powerQui il dossier si fa giuridicamente delicato, e politicamente urgente. Weichai è entrata in Ferretti nel 2012, quando il gruppo era sull’orlo del fallimento e nessun cavaliere bianco italiano si fece avanti. Il golden power dell’epoca era un istituto ancora giovane. Il clima politico era diverso: gli investimenti esteri erano un obiettivo, non un rischio da gestire. Weichai ha poi modulato la propria quota mantenendosi sotto soglie che avrebbero attivato automaticamente procedure più invasive, esercitando al contempo un controllo di fatto attraverso la nomina dell’intero consiglio di amministrazione. Nel quadro italiano del golden power non conta solo il controllo di diritto (la maggioranza formale) ma anche il controllo di fatto. Un azionista minoritario può esercitare un controllo effettivo se riesce a nominare gli amministratori e a orientare le decisioni societarie. Questo era già vero nel caso che ha riguardato Pirelli e l’azionista cinese Sinochem, ed è vero oggi per Ferretti.
Il precedente rilevante è quello di Telecom Italia-Vivendi del 2017: il governo considerò, in modo giuridicamente controverso ma alla fine efficace, che l’acquisizione di una quota significativa da parte del gruppo francese configurasse un cambiamento del controllo effettivo su un asset strategico. Una dinamica analoga potrebbe emergere ora, se il rinnovo del board producesse un consiglio interamente allineato agli interessi cinesi. Sarebbe un’interpretazione discutibile. Non sarebbe senza precedenti. Kkcg ha già notificato la propria offerta pubblica d’acquisto al governo italiano – prassi ordinaria quando le regole sul golden power possono essere rilevanti. Quella notifica ha aperto una finestra procedurale. Il 14 maggio la chiuderà.
La posta in giocoIl quadro azionario vede Weichai al 37-39%, Kkcg al 23,2% dopo l’Opa parziale, Piero Ferrari al 7,5% circa e Danilo Iervolino intorno al 5%. La lista Kkcg punta a confermare Galassi alla guida operativa, a portare Komárek alla presidenza, a inserire figure come Ferrari e Stefano Domenicali nel board. Quella Weichai propone di sostituire Galassi con Stassi Anastassov, ex amministratore delegato di Duracell, con una componente di governance cinese rafforzata.
C’è anche un episodio che getta un’ombra ulteriore. Nel 2025 la procura di Milano ha aperto un’indagine per presunto spionaggio aziendale negli uffici di Ferretti: un manager legato a Weichai, sospettando di essere sorvegliato, aveva ingaggiato una società di contro-sorveglianza che avrebbe trovato dispositivi di ascolto nascosti. L’indagine si è chiusa nel 2026 con una richiesta di archiviazione. Il dettaglio resta, e dice qualcosa sul livello di fiducia interna al gruppo.
Il banco di provaFerretti non è Pirelli. La scala è diversa, la rilevanza sistemica è diversa, il rumore politico è diverso. Il caso è abbastanza grande da presentare un profilo di rischio reale, abbastanza piccolo da poter essere ignorato senza conseguenze immediate. È esattamente per questo che è rivelatore. L’Italia ha ampliato significativamente il perimetro del golden power negli ultimi anni, estendendolo a tecnologie critiche, asset dual use, sicurezza nazionale. Ha usato questi strumenti su Pirelli. La credibilità di uno strumento di policy si misura anche sui casi di media grandezza, non solo sui grandi dossier che finiscono in prima pagina.
Il 14 maggio non è solo una scadenza per gli azionisti. È il momento in cui Roma dovrà decidere – esplicitamente o per inerzia – chi orienterà il destino delle competenze navali più sensibili del Paese, chi controllerà il trasferimento di know-how nei prossimi anni, e se il derisking dalla Cina è una strategia o uno slogan. Il silenzio, in questo caso, è già una risposta.
Fonte:
www.linkiesta.it



