Ora che gli antisemiti italiani hanno finalmente trovato il loro Marinus van der Lubbe o forse Herschel Feibel Grynszpan – a seconda che ci si senta nel 1933 o nel 1938 – verrà meno tutto ciò che ancora tratteneva nel perimetro di una simulata urbanità il disprezzo di massa contro l’efferata entità sionista e la sua intendenza ebraica planetaria e anche le centinaia di migliaia o i milioni di antisionisti, per così dire, democratici che prima si limitavano a tollerare i katanga dei 25 aprile judenfrei ora non mancheranno di giustificarne la benedetta intransigenza antifascista.
Come era prevedibile, dopo l’arresto del giovane giustiziere a pallini autonominatosi, a quanto pare, generale di una nuova e segreta Brigata Ebraica, nessuno – dicasi nessuno – nel dibattito pubblico ha provato a giustificare politicamente l’aggressione di due vecchi militanti dell’Anpi come risposta alle provocazioni di piazza e reazione alle violenze di strada contro gli ebrei.
L’esatto contrario di quel che è avvenuto quando, dopo il 25 aprile, l’aggressione degli ebrei a Milano è stata spiegata come un eccesso colposo di legittima difesa, vista la provocatoria pretesa delle «saponette mancate» di stare dentro un corteo in cui non erano gradite e di sventolare la bandiera dello Stato ebraico.
Hanno fatto benissimo la comunità ebraica romana e l’Ucei a condannare l’aggressione e a non coccolare pelosamente l’aggressore, che nella vulgata social è già ovviamente diventato «uno dei vostri», il catalizzatore e l’alibi del pregiudizio. Sanno bene, per esperienza subita, che il fanatismo e il disagio portano alla lunga a non distinguere più tra i pallini e le pallottole, e tra l’oltraggio e la violenza.
Le comunità ebraiche italiane faranno inoltre benissimo a smettere di considerare l’auto-radicalizzazione ideologica come un’inevitabile reazione esantematica a un antisemitismo sempre più urticante, per iniziare a trattarla per quello che è: una malattia autoimmune dell’ideale sionista, in cui gli anticorpi aggrediscono e sfigurano il corpo intellettuale e spirituale dell’ebraismo politico. Questa è una verità che si palesa in modo drammatico in Israele, dove peraltro si palesa in modo ancora più evidente – ma disonestamente negato in Italia, massimamente a sinistra – la straordinaria resistenza sociale e istituzionale della sua democrazia.
Visto che però il gesto sconsiderato di un delinquente o disagiato di religione ebraica, di cui l’Anpi chiede di scoprire i mandanti è assurto a prova dell’esistenza di bande paramilitari sioniste, una sorta di Irgun anti-antifascista destinato a occupare le piazze della Repubblica nata dalla Resistenza, questo richiamo all’autocoscienza e all’autocritica, del quale il mondo ebraico italiano non ha bisogno (da quali maestri, poi), deve anche oggi continuare a essere rivolto al progressista medio collettivo italiano, che viviseziona le pagliuzze e i pallini dell’estremismo ebraico e sorvola olimpicamente sulla trave conficcata nell’occhio dell’antisionismo democratico e sulle sue verità, cioè menzogne di comodo.
Quella dell’aggressore ebreo ai militanti dell’Anpi è una notizia, ma come quella dell’uomo che morde il cane. Non è rappresentativa di alcuna identità collettiva, di alcun fenomeno sociale, di alcuna strategia politica, a differenza di quelle che culminano nella pornografica equivalenza tra antisionismo e antifascismo e di cui si colgono gli avvelenati frutti nella caccia all’ebreo come tollerata, se non applaudita, liturgia resistenziale.
Questa liturgia, peraltro, trova celebrazioni più prosaiche e più liberamente manesche e discriminatorie nella normale vita civile per gli ebrei in odore di genocidio – cioè per tutti gli ebrei che negano il genocidio dei palestinesi – e uno spettacolare suggello nella vita sotto scorta di una reduce di Auschwitz di novantacinque anni, alla quale sono oggi proibite le piazze che fino a pochi anni fa l’acclamavano come un’icona vivente e che oggi acclamano contro di lei la madrina del pregiudizio onusiano Francesca Albanese.
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