HomeOpinionLo sparatore a pallini ebreo, imperdibile alibi dell’antisemitismo italiano

Lo sparatore a pallini ebreo, imperdibile alibi dell’antisemitismo italiano

Articoli correlati

Nel fiasco di Venezia affonda la doppia ambizione di Meloni

Le due massime ambizioni del governo di Giorgia Meloni,...

La crisi di senso di una Meloni in cerca del consenso perduto

In questa fase Giorgia Meloni non è più iper-sovranista,...

Il caso Ferretti mette alla prova la strategia italiana sulla Cina

Giuliano Felten non è un nome che appare nelle...

Crédit Agricole in Italia, utili in crescita e sei milioni di clienti

Il Gruppo Crédit Agricole conferma la solidità della sua...

Trump cambia strategia, ma Hormuz resta in mano all’Iran

Trump cambia strategia, ma Hormuz resta in mano all’Iran...
Pubblicitàspot_imgspot_img

Ora che gli antisemiti italiani hanno finalmente trovato il loro Marinus van der Lubbe o forse Herschel Feibel Grynszpan – a seconda che ci si senta nel 1933 o nel 1938 – verrà meno tutto ciò che ancora tratteneva nel perimetro di una simulata urbanità il disprezzo di massa contro l’efferata entità sionista e la sua intendenza ebraica planetaria e anche le centinaia di migliaia o i milioni di antisionisti, per così dire, democratici che prima si limitavano a tollerare i katanga dei 25 aprile judenfrei ora non mancheranno di giustificarne la benedetta intransigenza antifascista.

Come era prevedibile, dopo l’arresto del giovane giustiziere a pallini autonominatosi, a quanto pare, generale di una nuova e segreta Brigata Ebraica, nessuno – dicasi nessuno – nel dibattito pubblico ha provato a giustificare politicamente l’aggressione di due vecchi militanti dell’Anpi come risposta alle provocazioni di piazza e reazione alle violenze di strada contro gli ebrei.

L’esatto contrario di quel che è avvenuto quando, dopo il 25 aprile, l’aggressione degli ebrei a Milano è stata spiegata come un eccesso colposo di legittima difesa, vista la provocatoria pretesa delle «saponette mancate» di stare dentro un corteo in cui non erano gradite e di sventolare la bandiera dello Stato ebraico.

Hanno fatto benissimo la comunità ebraica romana e l’Ucei a condannare l’aggressione e a non coccolare pelosamente l’aggressore, che nella vulgata social è già ovviamente diventato «uno dei vostri», il catalizzatore e l’alibi del pregiudizio. Sanno bene, per esperienza subita, che il fanatismo e il disagio portano alla lunga a non distinguere più tra i pallini e le pallottole, e tra l’oltraggio e la violenza.

Le comunità ebraiche italiane faranno inoltre benissimo a smettere di considerare l’auto-radicalizzazione ideologica come uninevitabile reazione esantematica a un antisemitismo sempre più urticante, per iniziare a trattarla per quello che è: una malattia autoimmune dell’ideale sionista, in cui gli anticorpi aggrediscono e sfigurano il corpo intellettuale e spirituale dell’ebraismo politico. Questa è una verità che si palesa in modo drammatico in Israele, dove peraltro si palesa in modo ancora più evidente – ma disonestamente negato in Italia, massimamente a sinistra – la straordinaria resistenza sociale e istituzionale della sua democrazia.

Visto che però il gesto sconsiderato di un delinquente o disagiato di religione ebraica, di cui l’Anpi chiede di scoprire i mandanti  è assurto a prova dell’esistenza di bande paramilitari sioniste, una sorta di Irgun anti-antifascista destinato a occupare le piazze della Repubblica nata dalla Resistenza, questo richiamo all’autocoscienza e all’autocritica, del quale il mondo ebraico italiano non ha bisogno (da quali maestri, poi), deve anche oggi continuare a essere rivolto al progressista medio collettivo italiano, che viviseziona le pagliuzze e i pallini dell’estremismo ebraico e sorvola olimpicamente sulla trave conficcata nell’occhio dell’antisionismo democratico e sulle sue verità, cioè menzogne di comodo.

Quella dell’aggressore ebreo ai militanti dell’Anpi è una notizia, ma come quella dell’uomo che morde il cane. Non è rappresentativa di alcuna identità collettiva, di alcun fenomeno sociale, di alcuna strategia politica, a differenza di quelle che culminano nella pornografica equivalenza tra antisionismo e antifascismo e di cui si colgono gli avvelenati frutti nella caccia all’ebreo come tollerata, se non applaudita, liturgia resistenziale.

Questa liturgia, peraltro, trova celebrazioni più prosaiche e più liberamente manesche e discriminatorie nella normale vita civile per gli ebrei in odore di genocidio – cioè per tutti gli ebrei che negano il genocidio dei palestinesi – e uno spettacolare suggello nella vita sotto scorta di una reduce di Auschwitz di novantacinque anni, alla quale sono oggi proibite le piazze che fino a pochi anni fa lacclamavano come un’icona vivente e che oggi acclamano contro di lei la madrina del pregiudizio onusiano Francesca Albanese.


Fonte:

www.linkiesta.it

Ultimi Articoli

Pubblicitàspot_img