Ci sono due cose che i mercati non sopportano: l’incertezza e le sorprese. Quando scoppia un conflitto e le tensioni internazionali aumentano, le immagini di guerra scorrono sugli schermi, le analisi si moltiplicano e gli scenari cambiano di giorno in giorno.
Il peso dell’incertezza.
Il mondo è improvvisamente più instabile, la volatilità aumenta e gli investitori cercano di capire cosa fare. In un articolo che ho scritto con Natascia Angelini, Gennaro De Novellis e Gian Paolo Stella (“Conflitto e incertezza: il sorprendente ruolo della paura nei mercati finanziari”) – pubblicato a dicembre 2025 sulla Bancaria, rivista dell’ABI – abbiamo analizzato l’impatto della guerra in Ucraina sulle percezioni degli investitori. Istruzione, reddito, alfabetizzazione finanziaria e tolleranza al rischio aumentano la fiducia nei mercati – chi capisce meglio come funzionano i mercati tende anche a fidarsi di più – la fiducia invece diminuisce con l’età: i giovani appaiono più ottimisti, mentre gli anziani, forse perché hanno attraversato più crisi, più prudenti.Ma il risultato più interessante è un altro: quando aumenta la paura legata alla guerra, diminuisce la propensione a investire, come ci si potrebbe aspettare, ma al tempo stesso aumenta la fiducia nei mercati finanziari.
Il ruolo della fiducia.
Più paura, meno investimenti, ma più fiducia nei mercati. È un risultato apparentemente paradossale. Una possibile spiegazione è che i mercati finanziari hanno una caratteristica unica: trasformano rapidamente le informazioni in prezzi. Le notizie arrivano, gli investitori reagiscono e le aspettative vengono incorporate velocemente nelle quotazioni.I mercati non eliminano l’incertezza, ma la rendono visibile e la prezzano. Il problema nasce quando gli investitori reagiscono alla volatilità nel modo sbagliato.
La scelta tra le due “F”.
Quando la tensione geopolitica aumenta, il nostro cervello entra rapidamente in modalità difensiva. In psicologia si parla delle due “F”: Fight or Flight, combatti o scappa. Nei mercati spesso prevale la seconda: vendere! In altri casi accade l’opposto: si reagisce impulsivamente cercando di anticipare i movimenti del mercato. Esiste però anche una terza reazione possibile, una terza “F”: Freeze.Di fronte all’incertezza alcuni investitori restano paralizzati, come gli animali selvatici abbagliati dai fari di un’auto, e non riescono a prendere decisioni.Nella realtà si osservano tutte queste reazioni: c’è chi vende nei momenti di maggiore tensione, chi insegue gli asset rifugio quando il movimento è già avvenuto e chi cambia strategia proprio quando sarebbe più importante mantenerla. Il rischio è sempre lo stesso: trasformare una turbolenza temporanea dei mercati in un errore permanente di investimento.
Cosa dicono i dati.
Eppure, proprio i dati della nostra ricerca suggeriscono una riflessione interessante. Se nei momenti di maggiore paura aumenta la fiducia nei mercati, la conseguenza logica dovrebbe essere un’altra: non reagire emotivamente, ma fidarsi dei mercati e comportarsi di conseguenza. Non è il solito slogan “keep calm”. È scienza.
La lezione di Kahneman.
Daniel Kahneman lo spiegava con la metafora del cervello a due sistemi: il Sistema 1, veloce ed emotivo, e il Sistema 2, più lento e razionale. Nelle fasi di forte incertezza il primo prende il sopravvento, ma investire bene richiede esattamente l’opposto: dare tempo al sistema più razionale di valutare le informazioni.Perché, anche nei momenti più turbolenti, i mercati continuano a fare ciò che fanno da sempre: incorporare le informazioni, adattarsi agli shock e cercare nuovi equilibri. E forse è anche per questo che, nonostante tutto, in markets we trust.
L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di aprile 2026 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.
Fonte:
www.wallstreetitalia.com



