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La transizione energetica di Eni passa da industria, tecnologia e territori

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La transizione energetica non riguarda più soltanto gli obiettivi climatici annunciati dalle grandi imprese, ma la loro capacità di trasformare attività industriali complesse senza interrompere investimenti e sviluppo nei territori in cui operano. “Eni for 2025 – A Just transition”, il report volontario di sostenibilità pubblicato dalla multinazionale italiana dell’energia, spiega questa evoluzione attraverso i risultati raggiunti l’anno scorso, confermando una linea industriale orientata a una transizione energetica giusta per le persone e per i territori.

Arrivata alla ventesima edizione, la pubblicazione spiega che il 2025 è stato un anno di esecuzione coerente di questa strategia, fondata sulla decarbonizzazione delle attività tradizionali e sul consolidamento di una presenza nei Paesi di attività, sostenuta anche da progetti sociali e partnership locali. Un impegno non scontato visto il contesto internazionale ancora instabile segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla volatilità dei mercati energetici.

Il rapporto ordina i risultati lungo cinque direttrici: neutralità carbonica al 2050, protezione dell’ambiente, valore delle persone, alleanze per lo sviluppo e sostenibilità nella catena del valore.

Un dato significativo riguarda le emissioni nette di gas a effetto serra dell’Upstream, cioè le attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Sono diminuite del 31 per cento rispetto al 2024 e del 68 per cento rispetto alla baseline del 2018. È un risultato che avvicina Eni ai suoi obiettivi climatici: portare a zero le emissioni nette dirette e quelle legate all’energia acquistata nelle attività Upstream entro il 2030, ed estendere lo stesso traguardo a tutto il gruppo entro il 2035. La riduzione è legata anche al controllo delle emissioni di metano e all’eliminazione del routine flaring nelle attività operate, cioè la combustione ordinaria del gas in eccesso durante la produzione. Si tratta di uno dei passaggi più rilevanti per misurare la qualità ambientale della produzione di idrocarburi nella fase di transizione.

La crescita dei business legati alla decarbonizzazione resta l’altro asse del percorso. Plenitude ha raggiunto 5,8 gigawatt di capacità rinnovabile installata, in aumento del 41 per cento su base annua, e procede verso l’obiettivo di 15 gigawatt al 2030. Nel 2025 ha avviato in Texas il suo più grande impianto di stoccaggio a batterie, con una capacità di 200 megawatt, un investimento che rafforza la gestione della produzione rinnovabile e la stabilità della rete in un mercato strategico per lo sviluppo dell’energia pulita.

Enilive ha continuato a espandere la capacità di bioraffinazione, con tre nuove bioraffinerie e due ulteriori progetti in Italia e all’estero. La capacità attuale è pari a 1,65 milioni di tonnellate, con l’obiettivo di arrivare a 5 milioni entro il 2030. La produzione di biocarburanti HVO e SAF intercetta due ambiti nei quali la decarbonizzazione è più complessa, il trasporto stradale pesante e l’aviazione, e indica la direzione scelta da Eni: non sostituire un’unica fonte con un’altra, ma costruire un portafoglio di soluzioni industriali diverse, adattate ai settori in cui l’elettrificazione non basta o procede più lentamente.

Nel 2025 Eni ha costituito insieme al fondo di private equity GIP una società satellite dedicata alla Carbon Capture and Storage, destinata a valorizzare i progetti di cattura e stoccaggio della CO₂ presenti nel portafoglio di Eni. È una scelta coerente con il modello satellitare sviluppato negli ultimi anni, che separa alcune attività in società dedicate per attrarre capitali mirati, accelerare la crescita e rendere più leggibile il valore dei singoli business. In questo schema, la transizione non viene affidata a un solo comparto, ma a una combinazione di rinnovabili, biocarburanti, CCS, efficienza operativa e innovazione tecnologica.

Nel 2025 Eni ha stanziato oltre 460 milioni di euro per ricerca e sviluppo, open innovation, soluzioni digitali avanzate e tecnologie di frontiera. Le aree indicate comprendono la fusione a confinamento magnetico, il supercalcolo, le tecnologie di bioraffinazione, il riciclo chimico delle plastiche e le soluzioni per la cattura e lo stoccaggio della CO₂. È un insieme di investimenti che guarda sia alla riduzione dell’impatto delle attività esistenti sia alla costruzione di piattaforme industriali future.

La dimensione sociale occupa una parte rilevante del rapporto, in coerenza con l’idea di transizione giusta rivendicata dalla multinazionale energetica. Eni richiama con orgoglio il rispetto dei principali standard internazionali, come la promozione dei diritti umani e dell’inclusione. Nel 2025 si è classificata al primo posto nel Corporate Human Rights Benchmark e ha ottenuto la certificazione per la parità di genere UNI PdR 125:2022, due riconoscimenti che Eni collega al rafforzamento delle proprie politiche interne e della governance sociale.

Nei Paesi in cui opera, Eni ha investito 81 milioni di euro in progetti di sviluppo locale per l’accesso all’energia, all’acqua e ai servizi sanitari, oltre che per la diversificazione economica, la formazione e la salute delle comunità. Le iniziative, realizzate con partner, istituzioni, organizzazioni non governative, organismi internazionali e comunità locali, hanno raggiunto circa 3 milioni di persone. È il livello sul quale la transizione energetica smette di essere soltanto una questione tecnologica e industriale e diventa anche capacità di generare valore nei territori, soprattutto dove l’accesso ai servizi essenziali resta fragile.

«Il nostro modello aziendale mette al centro le persone, tutela la sicurezza di tutti coloro che lavorano in Eni e per Eni, contribuisce al benessere delle comunità in cui operiamo e a una sempre maggiore protezione dell’ambiente. Tutto ciò ci consente di affrontare con resilienza le discontinuità del contesto e di proseguire con coerenza nel nostro percorso di trasformazione», ha spiegato l’Amministratore Delegato di Eni Claudio Descalzi.  «Eni affronta queste sfide con un modello industriale distintivo, che combina in modo pragmatico business tradizionali e nuove fonti energetiche e coniuga innovazione tecnologica, efficienza operativa e integrazione lungo la catena del valore».


Fonte:

www.linkiesta.it

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