La scorsa settimana la Corte Suprema statunitense ha pubblicato una decisione, Louisiana v. Callais, che rischia di modificare considerevolmente l’assetto politico statunitense.
Il caso su cui la decisione si basa pone le sue radici nel 2022. Alcune organizzazioni per la difesa dei diritti civili avevano citato in giudizio la nuova mappa dei collegi della Louisiana, approvata dopo il censimento del 2020, per incostituzionalità. Gli afroamericani, infatti, contavano per un terzo della popolazione dello Stato e avevano ottenuto un solo seggio su sei. Una corte federale ha dato loro ragione e ha imposto alla Louisiana di disegnare una nuova mappa, che garantisse un secondo seggio a maggioranza afroamericana. Ma a quel punto, un gruppo di “votanti non neri” ha fatto una nuova causa affermando che il nuovo distretto non era costituzionale, portando la decisione fino alla Corte Suprema. I giudici hanno deciso secondo una linea partigiana, sei a tre, con tutti i giudici conservatori da un lato e le tre giudici progressiste dall’altro, dando ragione a questo gruppo di cittadini. La decisione, però, rende nulla una parte di una delle più importanti leggi del Congresso in materia di uguaglianza razziale: la sezione 2 del Voting Rights Act.
Per comprenderne l’importanza, dobbiamo fare un passo indietro. Dopo la Guerra civile americana, che ha visto gli Stati del nord prevalere su quelli del sud e ha portato all’abolizione della schiavitù, è stato approvato il quindicesimo emendamento alla Costituzione, che recita che “a nessuno deve essere negato il diritto di voto”. Per decenni, però, negli Stati del sud i politici al potere, coadiuvati da una sentenza della Corte Suprema, Plessy v. Ferguson, hanno attuato la segregazione rendendo impossibile per gli afroamericani esercitare in libertà il diritto di voto.
Questa situazione è stata modificata dal Congresso, che nel 1965 istituì il Voting Rights Act. La sezione 2, oggi resa inefficace, non richiedeva una rappresentanza proporzionale di quote per le minoranze, ma rendeva chiaro che doveva esserci una equa opportunità per i cittadini appartenenti alle minoranze di eleggere i rappresentanti a loro più graditi. Bisognava contrastare anche due pratiche, ancora oggi in uso, il “cracking” e il “packing”: con il “cracking” si diluiva la forza elettorale afroamericana in tanti collegi a maggioranza bianca, in modo da rendere il loro voto meno efficace; con il “packing” si costruiva un unico collegio a estrema maggioranza afroamericana che non rispecchiava però le proporzioni della popolazione. La Louisiana stessa è stata accusata di “packing” quando nel 2022 ha costituito un solo seggio a maggioranza nera. Negli anni sono stati creati i cosiddetti “majority-minority districts”: distretti a maggioranza di una minoranza, in modo tale da poter eleggere un proprio rappresentante, garantiti proprio dalla sezione 2 del Voting Rights Act.
Con la nuova interpretazione della Corte, il rischio è che questi collegi spariscano: un’analisi del New York Times ha affermato che i democratici, il partito di gran lunga più votato tra gli afroamericani del Sud, potrebbero perdere circa 12 collegi. Il giudice conservatore Samuel Alito, che ha scritto la decisione per la maggioranza, ha affermato che per definire una mappa discriminatoria bisogna trovare un tentativo intenzionale di svantaggiare un gruppo etnico e che i neri oggi votano con le stesse percentuali dei bianchi: in poche parole, la discriminazione deve essere palese. Trovare la pistola fumante è però quasi impossibile: non siamo più nei primi anni ’60 quando George Wallace, il governatore dell’Alabama, dichiarava dal palco “segregazione ora e per sempre”. Per questo il Congresso ha sempre parlato di “effetto discriminatorio” e mai di “intento” nel decidere se una mappa potesse essere costituzionale a meno. Secondo il commentatore Andrew Weinstein, “ora gli Stati potranno privilegiare la partigianeria rispetto all’equità razziale”.
Tutto questo si nota nelle prime espressioni sul tema di alcuni senatori repubblicani. Tommy Tuberville, senatore dell’Alabama, ha scritto su X che “il nostro Stato – che ha votato Trump con il 65 per cento dei consensi nel 2024 – ha tutto il diritto di mandare una delegazione interamente repubblicana a Washington”. Oggi, invece, ci sono due distretti garantiti alle minoranze nello Stato.
Questa decisione arriva, tra l’altro, in un periodo in cui è in corso la ridefinizione dei collegi. A partire dalle pressioni di Donald Trump sul Texas per modificare la mappa nonostante non ci troviamo in un anno di censimento, molti Stati, sia democratici che repubblicani, hanno iniziato a ridisegnare i propri collegi per ottenere un vantaggio elettorale in vista delle elezioni di midterm di novembre. Non è chiaro se dopo questa decisione, ci sarà il tempo necessario per gli Stati repubblicani per poter modificare i collegi: in Tennessee si vorrebbe eliminare un distretto a maggioranza nera a Memphis, mentre in Alabama si vorrebbe procedere con nuove mappe. Indubbiamente, però, le mappe che usciranno dal prossimo censimento, previsto per il 2030, rischiano di vedere considerevolmente ridotta la rappresentanza delle minoranze al Congresso.
Come ha scritto la giudice Elena Kagan nella sua opinione di dissenso, “lo statuto è nato letteralmente con il sangue dei soldati dell’Unione e di chi ha marciato per i diritti civili, ed è stato ripetutamente ri-autorizzato dai rappresentanti dei cittadini al Congresso. Solo loro possono determinare la sua inattualità, non i membri di questa corte. Io dissento perché la decisione della Corte porterà indietro il diritto fondamentale garantito dal Congresso di eguaglianza razziale nelle opportunità elettorali”.
Immagine in anteprima via americancommunitymedia.org
Fonte:
www.valigiablu.it



