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Londra arruola il Nord Europa, nasce la flotta per difendere la regione da Putin

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Non una semplice esercitazione multinazionale, né l’ennesimo annuncio di cooperazione militare tra alleati. Dietro il piano britannico per una nuova coalizione navale a dieci Paesi nel Nord Europa c’è qualcosa di più profondo: la presa d’atto che la Russia non rappresenta più soltanto una minaccia terrestre ai confini orientali della Nato, ma una pressione costante e crescente lungo le frontiere marittime del continente.

È questa la chiave della mossa presentata dal governo di Sir Keir Starmer e illustrata dal First Sea Lord (capo di stato maggiore della Royal Navy) Gwyn Jenkins nel suo discorso di mercoledì al think tank Royal United Services Institute: trasformare la Royal Navy nel perno di una rete di deterrenza navale ad alta prontezza composta da Regno Unito, Paesi nordici, baltici e Paesi Bassi. Un’architettura che si innesta nella Joint Expeditionary Force, il formato di cooperazione guidato da Londra, ma che ora assume una fisionomia molto più operativa.

L’obiettivo dichiarato è contrastare la «maritime shadow war» russa, quella guerra combattuta non con grandi scontri navali ma con sabotaggi, ricognizione subacquea, spoofing dei sistemi di navigazione, raccolta d’intelligence sulle infrastrutture offshore e protezione della cosiddetta flotta ombra con cui Mosca continua ad aggirare sanzioni e controlli occidentali.

Per Londra il confine con la Russia non passa più soltanto per il fianco est dell’Alleanza, ma si estende nel Mare del Nord, nel Mare di Norvegia, attorno ai cavi sottomarini, ai gasdotti, ai parchi eolici offshore e alle rotte energetiche che collegano il Baltico all’Atlantico. È la traduzione strategica di un concetto semplice: la vulnerabilità europea oggi è sempre più in mare.

La coalizione comprenderà, oltre al Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Non si tratta di una nuova alleanza formale, ma di una forza a elevata interoperabilità con pianificazione condivisa, assetti predesignati e capacità di attivazione rapida. In sostanza, una mini-Nato del Nord meno vincolata dai tempi della decisione politica e più pronta a reagire sotto soglia.

Il punto, però, non è soltanto la Russia. Dietro l’attivismo britannico c’è anche una consapevolezza meno dichiarata: la Royal Navy da sola non ha più la massa critica necessaria per presidiare contemporaneamente Atlantico del Nord, Mediterraneo allargato, Golfo e Indo-Pacifico. Gli ultimi mesi, con la crisi nello Stretto di Hormuz e le crescenti tensioni marittime globali, hanno mostrato tutti i limiti di una marina che resta tecnologicamente avanzata ma numericamente ridotta.

Da qui la scelta di “federalizzare” capacità alleate sotto regia britannica: Londra offre comando, pianificazione, intelligence e coordinamento attraverso il quartier generale di Northwood, mentre gli alleati mettono a disposizione navi, pattugliatori, sensori e capacità antisommergibile. È una forma di burden sharing navale che consente al Regno Unito di restare al centro della sicurezza europea pur senza poter più agire come potenza marittima autosufficiente.

Non è un caso che il discorso del vertice della Royal Navy abbia insistito sulla costruzione di una «Hybrid Navy»: meno dipendente dalle sole grandi unità di superficie e più fondata su droni navali, veicoli subacquei autonomi, reti di sensori distribuiti e piattaforme a basso costo ma alta persistenza. La lezione arriva direttamente dal Mar Nero, dove l’Ucraina ha dimostrato come sistemi senza pilota relativamente economici possano negare spazi operativi anche a una marina superiore.

Londra punta ora ad applicare quella stessa logica al Nord Atlantico: sorvegliare, attribuire, seguire e, se necessario, reagire rapidamente alle attività ibride russe prima che producano danni strategici.

C’è infine un messaggio politico che supera il dossier militare. Mentre Bruxelles discute di fondi industriali e riarmo continentale, il Regno Unito cerca di riaffermare il proprio ruolo di leader della sicurezza europeo post-Brexit. Fuori dalle istituzioni dell’Unione, ma ancora dentro il cuore operativo della difesa del continente.

La coalizione navale del Nord racconta proprio questo: un Regno Unito che rinuncia sempre più all’illusione della blue-water navy per proiettare potenza anche lontano dal Paese e si riposiziona come regista regionale della deterrenza europea. Con un avversario ben identificato e una convinzione ormai chiara a Whitehall: la prossima pressione russa sull’Europa arriverà dal mare, molto prima che dai carri armati.


Fonte:

www.linkiesta.it

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