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«Piangeva in silenzio sotto le macerie»: la storia del vigile del fuoco che salvò una bambina nel terremoto del Friuli

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Erano le 21 del 6 maggio 1976 quando il Friuli-Venezia Giulia fu devastato da una scossa di terremoto di magnitudo 6.5, una delle più violente mai registrate in Italia nel dopoguerra. In sessanta secondi, oltre 120 comuni furono rasi al suolo, quasi mille persone persero la vita e più di centomila rimasero senza casa. Tra le macerie di quella notte si muovevano uomini in divisa che, con pochissimi mezzi e una determinazione straordinaria, cercavano di strappare i sopravvissuti al buio e al silenzio. Uno di loro era Giorgio Godina, allora giovane funzionario del Comando dei Vigili del Fuoco di Udine. Oggi, a 83 anni, ha affidato alla sua voce il racconto di quella notte, con la lucidità di chi sa che certe immagini non si dimenticano mai.

Sessanta secondi che cambiarono tutto

La scossa arrivò senza preavviso, violentissima. Godina si trovava nell’autorimessa della caserma insieme ad altri tre colleghi. Mentre gli altri uscirono di corsa all’aperto, lui scelse diversamente: sapendo che le tegole e gli elementi più leggeri degli edifici potevano staccarsi e colpire chi fuggiva, si gettò sotto un’autopompa, usando il mezzo come scudo. Quando la scossa cessò, uscì e impartì subito il primo ordine: tutti gli automezzi dovevano essere spostati immediatamente in cortile aperto, pronti per un eventuale intervento e al riparo da ulteriori cedimenti strutturali. In meno di tre minuti, le squadre erano operative. Ma non arrivava nessuna chiamata.

La decisione di uscire senza sapere dove andare

I minuti passavano e le linee telefoniche rimanevano stranamente silenziose. Godina capì subito il motivo: chi era riuscito a mettersi in salvo non sarebbe mai rientrato in casa per chiamare i pompieri. Come scrisse nel promemoria che ancora conserva, «sapevo che la lotta contro il tempo era iniziata», ma era evidente che il soccorso non sarebbe venuto da solo verso i Vigili del Fuoco. Toccava a loro cercarlo. Con l’autista Aldo Pascoli, uomo di fiducia descritto come una persona «altamente operativa» e capace di portare a termine qualsiasi compito, Godina salì sull’autovettura di servizio e partì verso Nord, nella direzione da cui provenivano le scosse.

Un paesaggio apocalittico oltre i cancelli della caserma

Appena fuori dalla caserma di Udine, la realtà si mostrò in tutta la sua brutalità. Sul ciglio della strada giaceva una donna con il capo fracassato, colpita dalla croce del campanile di una chiesa vicina. Proseguendo verso nord, lo scenario si fece sempre più drammatico. Come racconta Godina,

mi colpì subito il buio profondo, la mancanza di energia elettrica; tutto era avvolto dalla spessa e sconfinata nube di polvere creata dai crolli.

Le strade erano ostruite da ruderi e intere porzioni di edifici crollati: era quasi impossibile entrare nei centri abitati. Mentre avanzava, Godina comunicava via radio tutto quello che riusciva a vedere con la luce dei fari e di un potente proiettore portatile, segnalando indirizzi, fabbricati crollati, numero presunto di persone intrappolate. Gli altri comandi provinciali che ascoltavano il canale radio 12 di Udine stavano già preparandosi a muoversi.

Gemona: «Tutto quello che avevo segnalato andava moltiplicato per 100»

Quando l’autovettura si avvicinò a Gemona del Friuli, bastò un colpo d’occhio per capire la portata della catastrofe. Godina notificò immediatamente via radio che quanto fino a quel momento era stato segnalato

per Gemona del Friuli andava moltiplicato per 100.

Decise di fermarsi lì, interrompendo il contatto radio veicolare, e di dedicarsi personalmente al soccorso attivo insieme a Pascoli. Erano solo in due, nel mezzo di quello che lui stesso avrebbe poi definito. Un mondo rovesciato e martoriato, dotati unicamente di protezione antincendio e due paia di guanti da lavoro ciascuno. Fu proprio in quel momento che entrambi furono colti da un intenso senso di sconforto, da un’angoscia profonda e da un sentimento di completa impotenza e grande vulnerabilità.

La dignità silenziosa del popolo friulano

In mezzo alla devastazione, ad aiutarli furono le stesse persone colpite dal sisma. I friulani, nonostante il dolore, indicavano ai soccorritori dove andare, invitandoli a proseguire senza perdere tempo, a fermarsi dove si sentivano ancora lamenti, ad abbandonare i luoghi dove ormai non rispondeva più nessuno. Godina ricorda con ammirazione quella  grande dignità umana ed ammirevole compostezza,

quell’alto rispetto e piena rassegnazione per la sorte sfortunata dei propri cari, definendola “una splendida e indimenticabile lezione di vita”.

Poco dopo, si unì a loro anche Franco Sabidussi, un vigile del fuoco fuori servizio residente a Gemona, ferito gravemente a una mano nel tentativo di sfondare la porta di casa per portare all’ospedale la moglie e il figlio nato pochi giorni prima. Si aggregò comunque al gruppo, facendo da guida tra le vie del paese.

L’ospedale, le macerie, un uomo che non ce la fece

I soccorritori si recarono prima all’ospedale civile di fronte al Duomo, dove il personale medico aveva già evacuato l’intera struttura. Pazienti e feriti giacevano nel cortile. Godina e i suoi scaricarono dall’alto materassi e coperte per rendere meno duro il giaciglio di chi soffriva, finché una nuova forte scossa interruppe il lavoro, provocando ulteriori lesioni all’edificio e investendo i soccorritori di pietrame e calcinacci durante la fuga dai piani superiori. Successivamente, lavorarono a lungo per liberare un uomo rimasto sepolto sotto il tetto crollato della propria casa, che li aveva raggiunti mentre riposava.

Era ferito ma vivo. Per non perdere tempo nella rimozione delle macerie, decisero di smontare la parte inferiore del letto in legno su cui era disteso, abbassando il telaio e recuperando così l’uomo senza doverlo spostare. Ma appena liberato, l’uomo emise un profondo rantolo e morì.

Le case popolari: il dramma di una famiglia intera

Tra gli interventi più strazianti vi fu quello nelle case popolari, dove uno dei cinque edifici del complesso era collassato completamente su se stesso, con il tetto a diretto contatto con la pavimentazione esterna. I soccorritori risalirono il pendio delle macerie ed entrarono nell’edificio attraverso il lucernaio del tetto.

All’interno, alla luce ormai flebile delle lampade portatili, trovarono i componenti di una famiglia: i genitori e un bambino piccolo ancora in braccio alla madre. Gli adulti erano già morti. Il bambino era vivo, ma trattenuto dal peso del corpo della madre, a sua volta schiacciata da una grossa trave in cemento armato.

Senza le attrezzature adatte, Godina uscì a chiedere aiuto ai vicini, ma nessuno se la sentiva di rientrare in casa. Seguendo le indicazioni dei residenti, lui e Pascoli trovarono gli utensili necessari nella caldaia di uno degli edifici, rompendo il cemento della trave e tagliando l’armatura d’acciaio. La trave fu spostata, il corpo della madre separato. Ma proprio in quel momento, il bambino smise di piangere e spirò.

«Uno straccio pendente dal tetto»: il salvataggio della bambina

La squadra stava per abbandonare il locale, sconfortata dall’ennesimo insuccesso, quando Godina decise di fare un’ultima ricognizione prima di uscire. Piegato sulle ginocchia per via della scarsa altezza disponibile, avanzò con la torcia puntata il più lontano possibile. La polvere rendeva tutto confuso, gli occhi gonfi e irritati. Fu allora che intravide qualcosa di insolito:

mi parve di scorgere uno straccio pendente dal tetto, ma al tatto delle mani capii che si trattava di una lunga ciocca di capelli umani.

Si avvicinò ancora. Davanti a lui apparve

il volto polveroso con due occhi spalancati e lo sguardo fisso di una bambina che piangeva in assoluto silenzio,

accovacciata con la gamba sinistra ripiegata all’indietro e bloccata sotto il peso di un’altra trave in cemento armato. Richiamò indietro la squadra, la struttura fu tagliata e la bambina fu portata fuori attraverso il lucernaio, consegnata ai sanitari presenti sulla strada.

È stato per tutti i componenti della squadra antincendio un momento di estrema gioia e di soddisfazione, ricorda Godina. Questo episodio segnò per sempre la mia vita professionale.

Una macchina di soccorsi che si mise in moto rapidamente

All’alba, dal contatto radio, Godina apprese che già da ore operavano nella zona i vigili del fuoco dei comandi regionali e del Triveneto. L’enorme macchina dei soccorsi si era messa in moto rapidamente. In totale, 1.500 Vigili del Fuoco e 558 automezzi giunsero da tutta Italia per scavare tra le macerie e assistere la popolazione. Aldo Pascoli, l’autista che aveva condiviso quella notte con Godina, ricorda i ponti stradali sollevati di circa cinquanta centimetri dalla violenza della scossa, le operazioni proseguite per diversi giorni, la ricerca di un disperso nella caserma degli Alpini. Solo dopo tre giorni riuscì a passare a vedere la propria famiglia, che per fortuna non aveva subito danni.

Il prezzo pagato e la lezione che resta

Il bilancio finale del terremoto del Friuli fu di 965 vittime. Tra queste, quattro Vigili del Fuoco che persero la vita in un tragico incidente in elicottero durante le operazioni di soccorso. Un sacrificio che resta parte integrante della memoria di quella terra. Per Godina, quella notte fu anche una scuola straordinaria: le soluzioni tecniche apprese a Gemona, la gestione dell’emergenza in condizioni estreme, tornarono utili in tutti gli interventi che seguirono negli anni successivi. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, Giorgio Godina racconta quella notte con la voce di chi ha visto il pegore di cui è capace la natura e il meglio di cui è capace l’uomo. E chiude il suo racconto con una sola frase:

Sono orgoglioso del lavoro che ho fatto.

 

terremoto-friuli

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Fonte: Regione Friuli-Venezia Giulia / Vigili del Fuoco


Fonte:

www.greenme.it

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