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‘Widow’s Bay’ è forse la migliore “compilation” dedicata a Stephen King di sempre

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Ai margini del New England, a pochi minuti di traghetto dalla costa, si trova la pittoresca cittadina insulare di Widow’s Bay. È abitata da gente working class autoctona e da famiglie che vivono qui da diverse generazioni: il tipo di posto perfetto per le vacanze estive e per dei fantastici lobster roll. Superato il Salty Whale, uno dei migliori ristoranti dell’isola, si trova il centro storico, dedicato alla conservazione del patrimonio di Widow’s Bay. Sì, ha un passato movimentato – peccato per l’incidente del cannibalismo in chiesa risalente al XIX secolo – ma quale città che risale agli albori di questo grande esperimento che è l’America non ce l’ha?

Un giornalista di viaggi del New York Times pensa che questo posto potrebbe diventare la prossima Martha’s Vineyard, se solo più persone lo conoscessero. Il nuovo sindaco della città, Tom Loftis (Matthew Rhys), si accontenterebbe che il borgo diventasse la nuova Bar Harbor. Sia i suoi elettori che le persone che lavorano per lui al municipio pensano che sia un po’ troppo ambizioso, a dire il vero. Ma Tom ha grandi progetti per trasformare questo modesto puntino sulla mappa costiera in una destinazione turistica. È solo un peccato che ci sia, sapete, quella sfortunata maledizione secolare, che sembra continuare a far emergere fenomeni terrificanti…

La sinossi iniziale di Widow’s Bay, la nuova serie di Apple TV partita il 29 aprile, la definisce “Parks and Recreation incontra Stephen King”: una sinossi che, a prima vista, sembra azzeccata. Si possono notare echi del burocrate zelante interpretato da Leslie Knope nel sindaco Rhys, perennemente frustrato dal tentativo di risollevare le sorti di questa comunità in difficoltà economiche. Lo stesso vale per il suo vice, la timida e socialmente impacciata Patricia (Kate O’Flynn, impeccabile in ogni scena), che condivide una certa imperturbabilità e un atteggiamento fiducioso con la figlia prediletta di Pawnee. L’ufficio di Loftis è popolato da versioni attenuate dei soliti personaggi stravaganti delle sitcom, dalla veterana inflessibile interpretata da Dale Dickey all’impiegato perennemente disorientato interpretato da Jeff Hiller di Somebody Somewhere. E tra gli abitanti del luogo si trova una vasta gamma di eccentrici, tra cui Stephen Root, un attore che, come è stato scientificamente provato, migliora la qualità di ogni progetto a cui partecipa del 33,3%.

Ma è l’aspetto legato a Stephen King a essere davvero enfatizzato, e sebbene non sia direttamente coinvolto nella serie, la creatrice Katie Dippold e i suoi collaboratori hanno preso il materiale grezzo dei bestseller dell’autore e lo hanno sviluppato a fondo. Widow’s Bay si presenta come un mixtape delle opere del Maestro del Macabro, una raccolta di archetipi e scenari horror classici, filtrati poi attraverso un mondo bizzarro. Una locanda infestata permette alla serie di rielaborare sia Shining che It in un colpo solo. Una leggendaria strega del mare mette gli occhi su Loftis, e diciamo solo che ha un modo… singolare di uccidere le sue vittime. Un libro vintage su come organizzare una festa, completo di disegni dell’era Eisenhower, si rivela avere un secondo fine una volta che si legge tra le righe. Un cadavere rianimato si dimostra una vera seccatura. Persino i film slasher vengono rivisitati.

La serie soddisfa quel bisogno che sia Castle Rock che Welcome to Derry sembravano non essere riusciti a colmare, eppure Widow’s Bay non è interessata alle fan fiction basate su proprietà intellettuali. C’è una gloriosa eccentricità che aleggia sul suo mix di sitcom e horror, e una volontà di confondere le idee che richiama un’epoca diversa, meno convenzionale, della programmazione televisiva. Per non parlare di un marchio aziendale diverso: la cosa migliore che si possa dire di questa serie di Apple TV+ è che non sembra una serie di Apple TV+. Per ogni Slow Horses e Scissione, ci sono altre sette serie sulla piattaforma che hanno la patina della Prestige Tv senza però la solidità o la profondità associate al termine. Questa prima stagione potrebbe essere stata tratta dall’epoca d’oro di FX, il che non sorprende visto che Hiro Murai, produttore esecutivo e regista di quasi metà dei 10 episodi, è stato una delle menti creative chiave dietro Atlanta.

Widow’s Bay condivide con quel luogo simbolo l’amore per il surrealismo e il formalismo, il suo umorismo weirdo (interrogato sui processi alle streghe di un tempo, lo storico del posto osserva che guardano a quel periodo oscuro “con grande orgoglio: le abbiamo catturate, le abbiamo bruciate…”) e la mancanza di timore nell’osare con elementi bizzarri. È anche un monito che, come per le fortune, dietro ogni apparente paradiso si nascondono uno o due crimini. Quando la serie arriva finalmente a un episodio flashback (diretto da Ti West, regista di Pearl) e scava nelle radici puritane di ciò che accade sull’isola, si percepisce come la nazione che abbiamo costruito sia edificata sulle ossa di quella che Greil Marcus definì “la vecchia, strana America”. Non si può sfuggire ai fantasmi del passato. Non si possono nemmeno domare in nome del turismo. Il meglio che si può fare è onorare gli spiriti inquieti che sono venuti e se ne sono andati prima di noi. O, per lo meno, assicurarsi che tutti quei corpi restino sepolti.

Da Rolling Stone US


Fonte:

www.rollingstone.it

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