Il «codice Thun» viene qui inteso come una sensibilità progettuale che rimanda a percorsi, ricerche e scoperte. La figura del labirinto, presente dal mito di Teseo alla letteratura di Borges, riemerge oggi nei luoghi costruiti e nelle scelte di design come cifra simbolica: partire, perdersi, riconoscere, ritrovare. Anche lo studio milanese di Matteo Thun è stato avvicinato a questo archetipo per la sua capacità di evocare spazi che sollecitano la percezione e la memoria.
Il labirinto non è solo una forma; è un dispositivo di esperienza. Nella storia culturale occidentale ha funzionato come paradigma del viaggio interiore ma anche come progetto di orientamento nello spazio. Esempi contemporanei come il Labirinto della Masone testimoniano l’interesse verso strutture che uniscono funzione e immaginario: attrazioni che richiamano visitatori non solo per la dimensione ludica, ma per la promessa di un percorso che organizza ricordi e relazioni con il paesaggio.
Al centro di queste pratiche progettuali sta il concetto di genius loci, la qualità identitaria di un luogo. In una fase storica segnata da standardizzazioni e replicazioni globali, recuperare il carattere specifico di un sito significa rispondere a un bisogno crescente di autenticità. Il richiamo del genius loci orienta scelte su materiali, geometrie e aperture, e condiziona il modo in cui gli spazi vengono fruiti: non solo come contenitori, ma come narratori di storie collettive e individuali.
La rilevanza pratica è evidente: chi progetta oggi si confronta con istanze legate al patrimonio, alla sostenibilità e all’attrattività culturale. Preservare o riattivare il genius loci comporta un lavoro di attenzione alle stratificazioni del luogo, senza ridurlo a mera estetica. Il «codice» di cui si parla può dunque essere letto come una grammatica di riferimenti — forma, materiale, luce, percorso — che cerca di tradurre in progetto il bisogno umano di orientamento, significato e relazione con lo spazio.

