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Elezioni in Marocco: si può finalmente uscire dalla democrazia della banconota da 200 dirham? Di Isaac Hammouch

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Quando il denaro entra nella cabina elettorale, la libertà del voto arretra

Ogni democrazia rappresentativa si fonda su un’idea elementare: il cittadino deve poter scegliere liberamente la persona a cui affidare una parte della propria sovranità politica. Tuttavia, dal momento in cui una contropartita finanziaria interviene in questa scelta, la relazione democratica cambia natura. L’elettore non viene più sollecitato soltanto per una convinzione, un programma, un bilancio o una visione del futuro; diventa il bersaglio di una transazione. Un’elezione può quindi conservare tutte le sue apparenze istituzionali — candidati, campagna, urne, schede e scrutinio — pur vedendo la propria sincerità alterata a livello locale se un numero sufficientemente elevato di suffragi è stato ottenuto grazie al denaro. È precisamente per questo che rispondere che l’acquisto di voti non è «generalizzato» non basta. Non è affatto necessario comprare un intero Paese per modificare l’esito di un’elezione. In una circoscrizione contesa per poche centinaia o poche migliaia di voti, una pratica minoritaria può avere un effetto maggioritario sul risultato. Il problema non si misura quindi soltanto dal numero assoluto di cittadini coinvolti, ma dalla capacità di queste pratiche di modificare la volontà espressa dall’insieme degli elettori.

La famosa «banconota da 200 dirham» appartiene più al vocabolario popolare marocchino che a quello delle statistiche elettorali. Sarebbe imprudente farne una sorta di tariffario nazionale della corruzione: nessuno studio serio permette di affermare che il voto di un elettore marocchino abbia un prezzo uniforme. Ma se questa espressione è diventata così familiare, è perché riflette qualcosa di più profondo. Essa simboleggia la possibilità di una relazione transazionale tra certi candidati e certi elettori, direttamente o attraverso intermediari locali. In quel momento, il candidato non cerca più soltanto di convincere: cerca di acquistare un sostegno. E la differenza è enorme. La democrazia si basa sul confronto dei progetti; il clientelismo si basa sullo scambio di interessi immediati. Quando il secondo inizia a sostituire la prima, non emerge soltanto un’infrazione elettorale: è il senso stesso del mandato rappresentativo che si degrada.

Ciò che gli osservatori hanno realmente constatato: non esagerare nulla, ma non nascondere nulla

La gravità del tema impone precisamente di non cadere nell’esagerazione. Occorre distinguere le accuse dai fatti giudiziariamente accertati, le testimonianze dalle statistiche, le irregolarità individuali da un giudizio espresso sull’insieme di una consultazione. Affermare che tutte le elezioni marocchine siano comprate sarebbe poco serio quanto sostenere che il denaro non vi giochi mai alcun ruolo. I documenti disponibili consentono un’analisi molto più sfumata. Dopo le elezioni legislative dell’8 settembre 2021, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha in particolare riferito di illazioni riguardanti l’acquisto di voti e la mancanza di trasparenza in alcuni aspetti del finanziamento delle campagne elettorali. Gli osservatori hanno anche riportato accuse relative a vantaggi materiali offerti agli elettori. Tali constatazioni non significano affatto che il Consiglio d’Europa abbia dichiarato la consultazione marocchina «comprata»; sarebbe un travisamento del rapporto. Esse stabiliscono tuttavia un elemento essenziale: la questione dell’influenza del denaro nella competizione elettorale marocchina non appartiene soltanto alle conversazioni popolari o alle accuse tra avversari politici. È stata sufficientemente seria da essere rilevata da osservatori internazionali.

Il fenomeno non è del resto comparso nel 2021. Dieci anni prima, in occasione delle legislative del 2011, una delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa indicava già di essere stata informata di presunte compravendite di voti, dell’uso indebito di alcune risorse amministrative nonché di pressioni o intimidazioni. Anche in questo caso occorre usare la parola giusta: si trattava di illazioni e non della prova che l’intero processo elettorale fosse stato corrotto. Ma quando una medesima preoccupazione attraversa più cicli elettorali separati da un decennio, non può più essere liquidata come un’anomalia passeggera. Invita a interrogarsi sull’esistenza di meccanismi più profondi: reti di influenza locale, dipendenze sociali, intermediari elettorali, clientelismo e potenza finanziaria di certi candidati. La legge può essere modificata in pochi mesi; una cultura elettorale, invece, può richiedere una generazione per cambiare.

Un divieto che non incute più sufficiente timore rischia di perdere la sua forza

Una pratica illegale arretra veramente quando il suo costo probabile diventa superiore al beneficio che può procurare. Ora, in materia elettorale, il beneficio potenziale è considerevole: un seggio parlamentare, una presidenza comunale, l’accesso a una maggioranza locale, diversi anni di mandato e una capacità di influenza sulle decisioni pubbliche. Se la probabilità di essere individuati rimane bassa, se gli intermediari possono difficilmente essere collegati ai mandanti o se la sanzione interviene molto tempo dopo l’elezione, il divieto giuridico perde una parte della sua funzione deterrente. La questione essenziale non è dunque soltanto sapere se la legge marocchina proibisca l’acquisto di voti. È sapere se chi intende praticarlo creda davvero di rischiare di essere scoperto e di pagarne il prezzo.

È probabilmente qui che si colloca una delle sfide principali delle prossime elezioni. Il Marocco non ha bisogno di un’altra solenne dichiarazione in cui si affermi che la corruzione elettorale è inammissibile: questo principio è già noto. Il cambiamento avverrà quando il candidato che dispone di ingenti mezzi finanziari si chiederà, ancor prima di mobilitare un intermediario o di tirare fuori denaro contante, se qualche decina di migliaia di dirham distribuiti clandestinamente possano costargli il mandato, l’eleggibilità, la reputazione e, laddove ricorrano le condizioni legali, comportare conseguenze penali. La democrazia non chiede agli attori politici di diventare improvvisamente virtuosi; costruisce un sistema in cui la frode diventa un cattivo calcolo.

La Corte dei conti può tracciare un dirham dichiarato; la vera sfida è ritrovare quello che non lo è mai

Il Marocco possiede tuttavia istituzioni di controllo che non sono né teoriche né trascurabili. La Costituzione affida in particolare alla Corte dei conti il controllo dei conti dei partiti politici e la verifica della regolarità delle spese relative alle operazioni elettorali. La Corte esamina i finanziamenti pubblici, i giustificativi prodotti, le spese dichiarate e i conti delle formazioni politiche e dei candidati. Ha pubblicato relazioni relative a diverse consultazioni, in particolare alle elezioni legislative del 2016 e a quelle del 2021. Esiste quindi una vera e propria architettura istituzionale che consente di controllare una parte del denaro politico.

Ma è precisamente qui che emerge il limite più difficile da superare: la contabilità controlla ciò che entra nella contabilità. Il denaro destinato a comprare clandestinamente un voto è, per definizione, concepito per non apparire mai in un conto elettorale. Un manifesto possiede una fattura. L’affitto di una sala può essere giustificato. Una prestazione di comunicazione lascia una traccia. Una somma consegnata in contanti a un intermediario incaricato di convincere diverse famiglie non sarà ovviamente mai registrata sotto la voce «acquisto di voti». Il dirham ufficiale può essere sottoposto ad audit; il dirham clientelare cerca precisamente di diventare invisibile. Occorre dunque distinguere due battaglie che si completano ma non si confondono: controllare il finanziamento delle campagne e combattere la corruzione elettorale. Il primo richiede principalmente trasparenza, giustificativi e audit; la seconda exige segnalazioni credibili, indagini, la ricerca dei circuiti finanziari, l’identificazione degli intermediari e soprattutto la capacità di risalire fino ai veri mandanti.

Quando il denaro seleziona i candidati prima ancora che gli elettori votino

L’influenza del denaro non inizia del resto necessariamente il giorno in cui qualcuno offre una somma a un elettore. Può intervenire molto prima, nel momento stesso in cui i partiti scelgono i propri candidati. Immaginiamo una circoscrizione nella quale un partito debba decidere tra diversi aspiranti: un militante esperto, un universitario riconosciuto, un giovane responsabile di un’associazione, un imprenditore facoltoso che dispone di una notevole rete locale. Se la competizione elettorale viene percepita come estremamente costosa, la capacità personale di finanziare una campagna può progressivamente diventare un criterio importante quanto la competenza, il programma o il radicamento militante. Il denaro non si limita allora più a influenzare il voto: inizia a selezionare coloro che avranno il diritto politico di essere seriamente competitivi prima ancora che l’elettore entri nella cabina elettorale.

Questo meccanismo produce un cerchio particolarmente pericoloso. Più una campagna dipende dalle risorse finanziarie, più i partiti sono tentati di cercare candidati che dispongano di tali risorse; più privilegiano questi profili, più i cittadini associano la politica al denaro; e più questa associazione diventa normale, più i candidati finanziariamente modesti rinunciano a entrare in competizione. Un giovane marocchino può conoscere perfettamente i problemi del proprio territorio, aver lavorato dieci anni nel mondo associativo, padroneggiare i dossier della scuola, dell’occupazione, dell’acqua o della sanità e disporre di una vera visione politica. Ma se acquisisce la convinzione che di fronte a sé vi sia un avversario la cui potenza finanziaria può neutralizzare anni di lavoro militante in poche settimane, perché mai dovrebbe consacrare la propria vita alla politica? La corruzione elettorale non ruba dunque soltanto voti. Può privare il Paese di candidati che non si presenteranno mai.

Il vero prezzo dei 200 dirham non è 200 dirham

Prendiamo ora questa famosa banconota per ciò che rappresenta simbolicamente. Per un cittadino che vive in una condizione di grande precarietà, 200 dirham non sono necessariamente una cifra irrisoria. Sarebbe facile, e persino ingiusto, giudicare con condiscendenza una famiglia che fa fatica a pagare le spese quotidiane. È precisamente perché la povertà crea vulnerabilità che il clientelismo elettorale può funzionare. La debolezza economica di certi cittadini diventa allora una risorsa politica per chi dispone di denaro. Il problema non è dunque unicamente morale; è anche sociale. Più una popolazione è economicamente vulnerabile, più chi possiede risorse può essere tentato di trasformare questa vulnerabilità in influenza elettorale.

Ma il calcolo cambia radicalmente quando si osserva la transazione sull’intera durata di un mandato. L’elettore riceve eventualmente 200 dirham una sola volta. L’eletto ottiene diversi anni di potere. Durante questi anni verranno discussi o decisi bilanci, investimenti, opere, politiche comunali, piani urbanistici, infrastrutture, servizi pubblici e talvolta appalti che rappresentano milioni di dirham. La transazione reale non è dunque mai «un voto contro 200 dirham». Assomiglia piuttosto a questo: una somma immediatamente consumata in cambio di diversi anni di potere politico. E sotto questo punto di vista, lo scambio diventa straordinariamente squilibrato. Chi vende il proprio voto non cede un pezzo di carta; cede a un prezzo bassissimo una frazione del proprio diritto di decidere chi amministrerà il denaro collettivo.

La responsabilità del cittadino esiste, ma non può diventare l’alibi della politica

Si sente regolarmente questo argomento: se esistono candidati che comprano voti, è perché esistono cittadini disposti a venderli. La frase contiene una parte di verità, ma non dice tutta la verità. Una transazione presuppone effettivamente due parti. Chi accetta consapevolmente di vendere la propria scelta elettorale porta una responsabilità civica. Ma i due attori non si trovano necessariamente in una posizione di parità. Da un lato c’è talvolta un candidato che dispone di denaro, di un’organizzazione, di intermediari e dell’obiettivo di conquistare il potere; dall’altro, un cittadino la cui precarietà economica può essere sfruttata. Richiamare la responsabilità dell’elettore è legittimo. Servirsene per ridurre quella del candidato che organizza il sistema sarebbe molto più contestabile.

Esiste soprattutto una conseguenza politica raramente evocata. Quando un candidato ottiene un voto in cambio di un vantaggio materiale, la relazione tra l’eletto e l’elettore è corrotta prima ancora dell’inizio del mandato. In una democrazia normale, l’eletto resta responsabile davanti al cittadino perché gli ha promesso un programma. In una relazione clientelare, può essere tentato di considerare la transazione come conclusa: «Io ho dato, lui ha votato, siamo pari.» È probabilmente una delle conseguenze più distruttive dell’acquisto di voti. Non corrompe soltanto il giorno dell’elezione; distrugge progressivamente l’idea di rendicontazione negli anni successivi. Perché chiedere a un eletto di onorare una promessa politica se il contratto iniziale non era già più politico?

Quando le istituzioni esistono, la questione diventa la loro efficacia

Sarebbe eccessivo concludere che il Marocco sia semplicemente incapace di organizzare elezioni democratiche. Il Regno conosce una reale competizione tra partiti, organizza consultazioni complesse, possiede un’amministrazione elettorale, organi giurisdizionali, regole di finanziamento e istituzioni di controllo. Ma questa realtà non deve servire a chiudere il dibattito; deve al contrario rendere l’esigenza più forte. Quando un Paese non possiede alcuna istituzione, il primo obiettivo consiste nel crearle. Quando le possiede già, la questione diventa molto più precisa: funzionano abbastanza da modificare i comportamenti?

Il ragionamento è difficile da eludere. Un’elezione democratica exige che il suffragio sia libero. L’acquisto del suffragio distrugge questa libertà quando determina la scelta dell’elettore. Il diritto marocchino combatte queste pratiche ed esistono istituzioni per proteggere l’integrità del processo. Se nonostante questo il denaro clandestino continua a influenzare alcune competizioni, occorre necessariamente esaminare la capacità di individuazione, la rapidità ed efficacia della sanzione, o entrambe le cose. La soluzione non risiede dunque forzatamente nell’adozione continua di nuovi testi. Una democrazia non diventa più forte perché accumula leggi; diventa più forte quando il cittadino e il candidato constatano che la legge esistente produce realmente delle conseguenze.

Le classifiche internazionali offrono un contesto, non un verdetto sulle elezioni

Gli indicatori internazionali dedicati alla corruzione devono anch’essi essere utilizzati con precisione. L’Indice di percezione della corruzione di Transparency International non misura il numero di voti acquistati in Marocco e non consente di calcolare un tasso di frode elettorale. Valuta la percezione della corruzione nel settore pubblico secondo una metodologia specifica. Può dunque illuminare l’ambiente istituzionale generale, ma sarebbe intellettualmente scorretto trasformare una classifica internazionale sulla corruzione in una statistica sull’acquisto di voti. Questa distinzione è essenziale in un dibattito in cui i numeri possono facilmente diventare armi politiche piuttosto che strumenti di analisi.

Occorre del resto accettare una realtà frustrante: nessuno oggi può dire seriamente quanti voti vengano acquistati in Marocco. Quanti elettori accettino effettivamente denaro? Quale somma circoli davvero? Quante circoscrizioni abbiano visto il proprio risultato modificato da queste pratiche? Nessun dato nazionale sufficientemente solido permette di rispondere con certezza. E ciò non ha nulla di sorprendente. Una transazione clandestina di cui sia l’acquirente sia il beneficiario hanno interesse a nascondere l’esistenza è, per sua natura, difficile da misurare. L’assenza di una cifra affidabile non significa dunque che il fenomeno non esista; impone semplicemente di non inventare una precisione statistica che i dati disponibili non consentono.

Il 2026 non dovrebbe essere l’anno dei discorsi contro la corruzione, ma quello in cui corrompere diventa un rischio

È forse qui che risiede il vero cambiamento atteso. I discorsi sulla moralizzazione della vita politica sono utili, ma finiscono per perdere la loro forza quando non sono accompagnati da effetti visibili. Una campagna di sensibilizzazione può convincere un cittadino; una sanzione credibile può dissuadere centinaia di candidati e intermediari. La lotta contro il denaro elettorale deve dunque iniziare prima della campagna ufficiale, proseguire durante le votazioni e continuare dopo l’annuncio dei risultati. Le reti clientelari non nascono necessariamente quarantotto ore prima dell’apertura dei seggi. Possono costruirsi per mesi attraverso relazioni economiche, familiari, associative o locali di cui occorre ovviamente distinguere l’attività legittima dai meccanismi destinati a comprare una fedeltà elettorale.

Il vero progresso sarà raggiunto quando il rischio di corruzione sarà integrato nel calcolo del candidato. Finché quest’ultimo penserà: «Se spendo questa somma, quanti voti posso guadagnare?», il denaro resterà uno strumento elettorale. Quando inizierà a pensare: «Se spendo clandestinamente questa somma, posso perdere la mia elezione e la mia carriera politica?», il rapporto di forza sarà cambiato. È questa inversione che un sistema realmente deterrente deve produrre. Il successo non si misurerà dunque soltanto dal numero di condanne pronunciate dopo le elezioni, ma dal numero di pratiche che non avranno luogo perché coloro che le prendevano in considerazione avranno stimato il rischio troppo elevato.

E se la banconota da 200 dirham rivelasse una crisi più profonda?

Resta tuttavia una domanda che la sola repressione non potrà mai risolvere. Perché un cittadino accetta di vendere il proprio voto? La povertà fornisce una parte della risposta, ma non tutta. Esiste anche la disillusione politica. Quando un elettore non crede più ai programmi, ritiene che le promesse elettorali saranno dimenticate all’indomani dello scrutinio o non distingue più chiaramente i progetti proposti dai diversi candidati, il vantaggio immediato può sembrargli più concreto della promessa di un futuro migliore. Il ragionamento diventa allora terribilmente pragmatico: poiché il candidato sparirà forse dopo la sua elezione, tanto vale ottenere qualcosa da lui quando ha ancora bisogno di me.

Questa logica dimostra che combattere l’acquisto di voti presuppone anche di restituire valore politico al programma. I partiti devono tornare a essere capaci di produrre proposte identificabili, di formare i propri militanti, di selezionare i candidati per la loro competenza tanto quanto per la loro capacità elettorale, di pubblicare bilanci e soprattutto di accettare di essere valutati sui propri impegni. Quando i programmi diventano intercambiabili, le personalità deboli e le promesse ripetitive, il denaro trova un terreno fertile. La risposta migliore alla banconota da 200 dirham non è dunque soltanto il poliziotto, il giudice o il revisore dei conti. È anche il candidato sufficientemente credibile affinché un cittadino ritenga che il suo progetto valga più del denaro che gli viene offerto.

Il Marocco conosce il problema: gli resta da dimostrare di poterlo vincere

Il Marocco non è più nella fase in cui occorra scoprire l’esistenza del clientelismo elettorale. Il dibattito esiste da tempo, i partiti lo conoscono, i cittadini ne parlano, gli osservatori l’hanno menzionato e le istituzioni dispongono ormai di mezzi di controllo più importanti che in passato. È precisamente ciò che rende interessanti i prossimi appuntamenti. La questione non è più soltanto: «Esiste il denaro nelle elezioni?» La vera domanda diventa: fino a che punto lo Stato è disposto ad arrivare per impedire che questo denaro possa comprare il potere?

Sarebbe irrealistico promettere la totale scomparsa, in una sola consultazione, di pratiche strutturate per decenni. Nessun sistema democratico serio può garantire che non verrà commessa alcuna infrazione. Ma esiste una differenza fondamentale tra una frode marginale perseguita dallo Stato e una pratica sufficientemente tollerata da diventare una componente quasi abituale di alcune campagne. È questo confine che il Marocco deve spostare.

Il Regno non deve più soltanto dimostrare la propria capacità materiale di organizzare elezioni. La sfida è ormai più esigente: permettere a un cittadino senza patrimonio di candidarsi di fronte a un candidato ricco con la ragionevole convinzione che non sarà la profondità delle loro tasche a determinarne l’esito; permettere all’elettore economicamente vulnerabile di sapere che la sua scheda vale infinitamente più di qualche banconota; permettere infine ai partiti di comprendere che una circoscrizione deve essere conquistata con la fiducia e non con la potenza finanziaria.

Perché la vera posta in gioco non è, alla fine, sapere se 200 dirham possano comprare un voto.

È sapere quanto costa a una democrazia il giorno in cui i suoi cittadini finiscono per credere che il loro voto abbia un prezzo.

E se le prossime elezioni permetteranno di rompere con questa convinzione, la vittoria non apparterrà né alla maggioranza né all’opposizione.

Apparterrà all’elettore marocchino.

Isaac Hammouch
Isaac Hammouchhttps://www.isaachammouch.com/
Isaac Hammouch è un giornalista, scrittore e saggista specializzato in relazioni internazionali e geopolitica contemporanea. Pubblica su diverse testate giornalistiche belghe, europee e internazionali. Sito ufficiale di Isaac Hammouch: www.isaachammouch.com

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