La Polinesia francese ha formalmente contestato una richiesta di permessi per l’esplorazione dei fondali marini presentata dalla American Deep Sea Minerals. La società ha chiesto di verificare la presenza di noduli polimetallici contenenti cobalto, nichel e manganese nell’area nota come Eastern High Seas Pocket 3, appena al di fuori delle acque territoriali di alcuni arcipelaghi del Pacifico. Le autorità locali segnalano di non essere state consultate e richiamano l’attenzione sui possibili impatti sugli ecosistemi locali e sull’economia di sussistenza di molte comunità insulari.
Il tema si inserisce in un contesto di crescente interesse per il cosiddetto sea mining, alimentato dalla domanda di metalli utili alla transizione energetica e all’elettronica. Gli esperti citano rischi di alterazione degli habitat marini e di conseguenze per attività come la pesca del tonno. A livello istituzionale, le richieste di passare dall’esplorazione all’estrazione commerciale rimangono sotto la lente dell’Autorità internazionale dei fondali marini, mentre provvedimenti nazionali hanno modificato la governance: nel 2025 un ordine esecutivo statunitense ha permesso autorizzazioni nazionali e agenzie come la NOAA hanno già concesso permessi a società impegnate nella commercializzazione di risorse marine entro il 2027.
La domanda della American Deep Sea Minerals riguarda l’affitto per esplorazioni di circa 25 milioni di acri in acque internazionali limitrofe a Polinesia francese, Isole Cook e Kiribati ed è una delle dodici pratiche in esame presso uffici di Silver Spring, nel Maryland. Nel 2025 la Polinesia francese ha inoltre istituito la più estesa area marina protetta al mondo, estesa su 4,8 milioni di km², popolata da numerose specie di squali, coralli e pesci. Il presidente Moetai Brotherson ha comunicato che il governo è stato informato via email sui progetti ma non è stato coinvolto in consultazioni formali, ribadendo la volontà di tutelare gli ecosistemi protetti.
Le autorità locali annunciano che, in caso di rilascio dei permessi, sarà richiesta una valutazione ambientale approfondita e l’attivazione di consultazioni ufficiali con le comunità interessate. Il quadro giuridico internazionale riconosce inoltre il diritto dei popoli indigeni a partecipare e a opporsi a progetti di sviluppo sui loro territori ancestrali, elemento che rende la vicenda rilevante per altre nazioni e comunità del Pacifico coinvolte nella gestione delle risorse marine profonde.

