La Polinesia francese ha formalmente contestato la richiesta di permesso presentata dalla American Deep Sea Minerals per esplorare i fondali dell’Eastern High Seas Pocket 3, un’area appena oltre le acque territoriali di vari arcipelaghi del Pacifico. Le autorità locali evidenziano di non essere state consultate e ricordano il divieto nazionale sull’estrazione dei minerali dai fondali, introdotto nel 2022, che mira a proteggere ecosistemi marini e attività economiche legate alla pesca di sussistenza.
La richiesta della startup riguarda circa 25 milioni di acri di mare internazionale e si inserisce in un quadro di crescente interesse per i metalli presenti nei noduli polimetallici. Il dibattito sul cosiddetto sea mining è alimentato dalla domanda di sostanze come cobalto, nichel e manganese per la transizione energetica, ma solleva anche preoccupazioni sui possibili impatti ambientali e sulle risorse ittica, in particolare il tonno. Sul piano normativo, la decisione americana del 2025 firmata da Donald Trump ha creato uno spazio operativo alternativo a quello dell’Autorità internazionale dei fondali marini, mentre aziende come The Metals Company hanno ottenuto permessi dall’agenzia oceanografica statunitense (NOAA) con piani di commercializzazione per il 2027.
Nel 2025 la collettività della Polinesia francese ha istituito la più estesa area marina protetta del mondo, pari a 4,8 milioni di chilometri quadrati, che ospita numerose specie di squali, coralli e pesci. Il presidente Moetai Brotherson ha segnalato che il governo ha ricevuto comunicazioni informali da parte della società ma non risposte ai richiami per chiarimenti, e che non è stata avviata alcuna consultazione con le comunità locali. Per queste ragioni le autorità polinesiane si stanno attivando per impedire operazioni estrattive che possano interessare habitat di rilevanza ecologica e culturale.
Se verranno concessi permessi dagli Stati Uniti, la Polinesia ha annunciato che pretenderà una valutazione ambientale approfondita e il coinvolgimento ufficiale della società civile e dei rappresentanti indigeni. La vicenda assume rilievo internazionale perché mette in tensione esigenze di approvvigionamento di materie prime con la tutela della biodiversità marina e i diritti dei popoli insulari, aprendo possibili contenziosi giuridici e diplomatici sul regime di gestione delle aree d’altura.

