Un vaccino personalizzato a mRNA apre una nuova prospettiva nel trattamento del melanoma dopo l’intervento chirurgico. Usato insieme al farmaco immunoterapico pembrolizumab, il prodotto sperimentale sviluppato da Merck e Moderna ha ridotto del 42% il rischio di ricomparsa della malattia nei pazienti già operati. Non si tratta quindi di un vaccino preventivo contro l’insorgenza del tumore, ma di una terapia pensata per diminuire il rischio di recidiva.
I risultati del trial di fase 3, anticipati a giugno, sono stati illustrati con nuovi dettagli al congresso della Società Europea di Oncologia Medica, svoltosi a Madrid il 24 ottobre. Lo studio punta a un gruppo di pazienti particolarmente delicato: persone con melanoma rimosso chirurgicamente, ma ancora esposte alla possibilità che il tumore ritorni, anche in sedi distanti da quella iniziale, e che possono non ottenere un beneficio sufficiente dalla sola immunoterapia.
Il vaccino, chiamato intismeran, viene progettato sulla base del profilo genetico del tumore di ciascun paziente. I ricercatori sequenziano il DNA delle cellule tumorali prelevate durante il percorso chirurgico e individuano mutazioni in grado di generare neoantigeni, cioè proteine che distinguono le cellule malate da quelle sane. La formulazione contiene istruzioni per produrre proteine con fino a 34 di queste mutazioni, fornendo al sistema immunitario una sorta di identità biologica del tumore da riconoscere.
La tecnologia dei vaccini mRNA induce le cellule del paziente a produrre questi marcatori, così da addestrare le cellule T a individuare e colpire le cellule tumorali che li esprimono. L’associazione con pembrolizumab rafforza l’attività immunitaria già impiegata contro il melanoma. Nel trial sono stati arruolati 1.137 pazienti in 157 centri: una parte ha ricevuto vaccino e immunoterapia, l’altra immunoterapia e placebo, ogni tre settimane per un anno. Il monitoraggio medio dopo il trattamento è stato di circa 25 mesi.
Dopo due anni dall’avvio della terapia, l’82% dei pazienti trattati con la combinazione era in vita e senza ricomparsa del melanoma, contro il 70% del gruppo trattato con immunoterapia e placebo. Non sono emersi effetti collaterali importanti. Il gruppo guidato da Georgina Long, del Melanoma Institute Australia di Sydney, sta analizzando quali pazienti possano trarre il maggiore beneficio. Resta il nodo dei costi: un rapporto Reuters di gennaio ha stimato circa 200.000 dollari a paziente, mentre una possibile approvazione in Europa e Stati Uniti è indicata per il 2027.

