La chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entra nella fase decisiva. Il 29 ottobre la Corte di cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, confermando l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano che impone la fermata degli impianti più critici dello stabilimento siderurgico, compresi altiforni e cokerie. La decisione chiude il contenzioso sullo stop disposto dai giudici milanesi e affida ora ai commissari il compito di definire tempi e modalità tecniche dello spegnimento.
Al centro della pronuncia resta la tutela della salute di lavoratori e cittadini. Negli impianti sono presenti circa 2.140 tonnellate di amianto e le emissioni di polveri sottili sono state considerate un pericolo grave e rilevante. Gli altiforni, mantenuti finora in preriscaldo in una condizione di attesa, dovranno dunque essere spenti. Una eventuale ripresa della produzione potrà essere valutata solo dopo la rimozione integrale dell’amianto e l’adozione di misure capaci di riportare le emissioni di PM10 entro limiti ritenuti sicuri.
La vicenda dell’ex Ilva è da anni uno dei casi più complessi nel rapporto tra industria, ambiente e diritti fondamentali. Prima della decisione definitiva, la magistratura italiana aveva già indicato la prevalenza del diritto a vivere in un contesto salubre rispetto alla continuità produttiva in presenza di rischi non rinviabili. Il quadro si inserisce in un percorso segnato anche dalle condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia e dall’intervento della Corte di giustizia dell’Unione europea, che nel 2024 aveva stabilito la necessità di fermare gli impianti quando i rischi per salute e ambiente risultano gravi.
Resta aperto il fronte del lavoro. Lo spegnimento dell’area a caldo coinvolge non solo lo stabilimento, ma anche un indotto già fragile: a settembre 28 aziende avevano avviato procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 lavoratori, poi sospese dopo un confronto a Palazzo Chigi. Il governo ha annunciato l’intenzione di intervenire con nuove tutele sociali e strumenti di cassa integrazione, mentre resta da definire un percorso industriale capace di tenere insieme protezione dei redditi, bonifiche e riconversione del territorio.
Per Taranto la sentenza rappresenta un passaggio che va oltre il destino di un singolo impianto. La città si trova davanti alla necessità di costruire un’alternativa dopo decenni di dipendenza dal polo siderurgico, con la bonifica delle aree contaminate e la definizione di investimenti in salute pubblica, servizi e nuove competenze. La decisione dei giudici stabilisce il principio giuridico; la fase successiva richiede scelte amministrative e industriali in grado di renderlo concreto senza lasciare irrisolto l’impatto sociale della chiusura.

