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Trump ci ripensa e all’ultimo estende il cessate il fuoco con l’Iran

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Per gran parte della giornata di martedì, il presidente statunitense Donald Trump è sembrato prepararsi a riaprire la guerra con l’Iran. Ha detto di non voler estendere il cessate il fuoco concordato due settimane fa, ha evocato tempi stretti e la ripresa dei bombardamenti in assenza di un accordo. Poi, poche ore dopo, ha fatto l’opposto: tregua estesa, senza una nuova scadenza.

La Casa Bianca offre una spiegazione ordinata: l’Iran sarebbe diviso, incapace di produrre una posizione unitaria. I negoziatori non avrebbero mandato pieno, la nuova leadership non parlerebbe con una sola voce. La richiesta americana di attendere una «proposta unificata» – anche su impulso della mediazione del Pakistan – si inserisce in questa narrativa.

Non è una tesi implausibile. Un sistema sotto pressione militare e diplomatica è fisiologicamente attraversato da lotte interne. I segnali, del resto, esistono: tensioni tra figure come il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e ambienti legati ai Pasdaran, il peso crescente del comandante Ahmad Vahidi, e il ruolo di snodo decisionale attribuito all’ayatollah Mojtaba Khamenei. Anche il rinvio dei colloqui previsti a Islamabad e l’introduzione di precondizioni – come la revoca del blocco navale – indicano frizioni reali.

Il punto, però, è un altro: questa divisione basta a spiegare il cambio di linea di Trump? Le evidenze pubbliche suggeriscono cautela. C’è una lettura più semplice, e coerente con precedenti già visti: escalation retorica, minaccia credibile, mancata capitolazione rapida, quindi passo indietro senza ammetterlo. In questa chiave, l’estensione del cessate il fuoco diventa uno strumento per guadagnare tempo, mantenere pressione e, soprattutto, evitare i costi politici e militari di una nuova offensiva senza risultati garantiti.

Del resto, il nodo resta sostanziale, non procedurale. Washington insiste sul mantenimento del blocco navale, che Teheran considera un atto di guerra. Le divergenze su arricchimento, sanzioni, stock e sequenziamento dell’accordo sono ancora tutte sul tavolo. Le cronache del giorno parlano di negoziati incerti e distanti, non di un’intesa quasi chiusa saltata per confusione iraniana.

Nel frattempo, entrambe le parti si preparano allo scenario peggiore. I Pasdaran parlano di una nuova fase di combattimenti, mentre anche Israele si dice pronto a una ripresa immediata delle ostilità. Il rischio di escalation resta dunque concreto.

È qui che la narrativa si biforca. La versione più «pulita» è quella americana: l’altra parte è divisa, quindi serve pazienza. Quella più realistica è più disordinata: la pressione statunitense ha incontrato resistenza, i termini restano lontani e Trump ha scelto di non superare la soglia che lui stesso aveva evocato. In altre parole, più che una mossa di calcolata pazienza, l’estensione della tregua sembra un’uscita di sicurezza. Non nega che l’Iran sia attraversato da tensioni interne, ma suggerisce che queste, da sole, non bastino a spiegare il dietrofront. Piuttosto, indicano un negoziato ancora aperto – e un equilibrio precario tra retorica e realtà.


Fonte:

www.linkiesta.it

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