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Il poeta della luce. Intervista al lighting designer Davide Groppi

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Le lampade di Davide Groppi (Piacenza, 1963) non sgomitano per attirare l’attenzione. Procedono, anzi, soprattutto per sottrazione, eliminando il superfluo per concentrarsi sulla trasmissione di un messaggio che sia il più puro possibile. Eppure, riescono a prendersi lo spazio con la loro potenza seduttiva ed emozionale, attivando una serie di riferimenti poetici che spaziano dall’osservazione del cielo e dei fenomeni naturali all’arte contemporanea. In Nulla, per esempio, la lampada che nel 2010 gli è valsa il primo di tre Compassi d’Oro, la rarefazione è radicale: a furia di levare rimangono soltanto un foro nel soffitto, là dove si nasconde la fonte luminosa, e un raggio di luce “alla Caravaggio” per illuminare il soggetto. 

Come le sue creazioni, anche lui si è sottratto per anni ai palcoscenici e infatti la sua prima mostra antologica arriva a quasi quarant’anni dagli inizi in uno striminzito laboratorio della sua città natale: Un’ora di luce, allestita fino al 26 maggio nello spazio sui generis della galleria Volumnia di Enrica De Micheli, in un’ex basilica, ripercorre con la curatela di Marco Sammicheli tutto il suo percorso, attraverso prodotti, prototipi e ricerche più artistiche e personali. 

Davide Groppi

L’intervista al lighting designer Davide Groppi

Partiamo dal principio. Come nasce questa mostra?Ho conosciuto Enrica all’inizio della sua attività, quando ho avuto l’onore di illuminare con molta delicatezza questo spazio così particolare. Si tratta di una chiesa del tardo Cinquecento grandissima, più grande del Duomo, con cinque navate, che è stata sconsacrata durante l’invasione napoleonica e poi ne ha passate di tutti colori, diventando per esempio una caserma e un ospedale da campo. Nel corso degli anni Enrica mi ha chiesto insistentemente di fare una mostra sul mio percorso ma non mi sentivo mai all’altezza. Preferisco fare le cose al momento giusto, quando ho qualcosa da dire.

Che cosa vuol dire il titolo, Un’ora di luce?Nasce da un’idea di Marco Sammicheli e ha diversi significati. Il primo, il più semplice, è un invito al visitatore a concedermi un’ora del suo tempo per mostragli il mio lavoro. Poi, volevamo riunire in una sola frase due dimensioni indicibili come lo spazio e il tempo, entrambe molto presenti nella mostra. C’è, infine, una terza lettura legata al momento che stiamo vivendo tutti e all’angoscia che mi suscita come essere umano. Mi piace pensare di poter regalare a chi arriva un’ora di stupore e di serenità lasciando fuori dalla porta il mondo e i suoi contrasti. Tutto l’allestimento è giocato sul tema della leggerezza e della cosmicità: c’è il cielo, ci sono gli astri…

E i satelliti come la Moon, la “luna di carta” che è una delle sue lampade più suggestive e più famose.Sì, proprio così. C’è una grande Moon proprio all’inizio del percorso, ad accogliere i visitatori. Per il resto, abbiamo creato dei volumi e dei “muri abitati”, per dirla con Louis Kahn, immaginando una sorta di piccolo borgo nel quale le persone possano girare liberamente e quasi perdersi. 

La lunga carriera del lighting designer Davide Groppi

Ripercorriamo insieme questi quarant’anni di esplorazione della luce. Tutto cominciò proprio qui, a Piacenza, a metà degli Anni Ottanta.Nel 1985, a ventidue anni, aprii un minuscolo laboratorio di 25 metri quadri. Il mondo della luce mi affascinava. Ero stato un bambino molto curioso e avevo avuto la fortuna di crescere con dei genitori, in particolare mio padre, che mi avevano insegnato a costruire le cose facendo attenzione anche alle parti nascoste. Con tanta fatica riuscii ad andare avanti fino agli Anni Novanta. 

E poi? Capii che se fossi rimasto lì ad aspettare non sarebbe successo granché. Quindi stampai il mio primo catalogo, con dentro tre sole lampade, e cominciai a percorrere tutta la Via Emilia, da Piacenza a Rimini, con una Dyane 6 scassatissima e a visitare negozi di arredamento e illuminazione per proporre i miei prodotti. Così trovai i miei primi clienti, e anche degli amici ai quali ancora oggi mostro le novità in anteprima.

Quale fu il punto di svolta?L’arrivo dei primi Led utilizzabili in maniera efficace, intorno al 2007-2008. All’inizio mi spaventavano un po’, mi sembravano dei piccoli insetti e mi dispiaceva abbandonare la dimensione romantica della lampadina. Poi, però, mi si aprì la mente: capii che mi avrebbero permesso di esprimere cose che prima di allora non avevo potuto esprimere, con un vantaggio competitivo ma anche creativo nei confronti delle altre aziende. Nacque Nulla, forse la prima lampada sul mercato a cogliere l’aspetto monodimensionale dei Led e il progetto a cui mi sento più legato, con una lente particolare e un piccolo foro nel soffitto che genera una luce caravaggesca molto bella. 

É la lampada che salverebbe se dovesse rifugiarsi su un’isola deserta?Sì, perché per me fu l’inizio di una nuova vita. Capii che dovevo ascoltare soltanto la mia sensibilità e farlo nel modo più autentico possibile. Mi piace anche perché rappresenta un po’ la negazione del mio lavoro, l’assenza totale di design. Con Infinito e Pablo, sono le tre vocali del mio alfabeto e corrispondono ai tre modi in cui si manifesta la luce: diretta, indiretta e diffusa – quella, cioè, che possiamo associare a Raffaello, morbida e priva di ombre. 

Le ispirazioni del lighting designer Davide Groppi

Oltre all’innovazione tecnica, ci furono anche degli incontri determinanti? Prima di tutto ci fu un incontro ideale, quello con il lavoro di Ingo Maurer in cui mi ero imbattuto sfogliando una rivista. Poi, un giorno, andai a Monaco, cercai il suo indirizzo sull’elenco telefonico e mi presentai sotto casa sua nella speranza di incontrarlo. C’era, per puro caso, e fu gentilissimo. E poi Maddalena De Padova, che nel 2004 espose 40 Baloo tutte uguali nel suo negozio in corso Venezia. In generale, però, sono una spugna, assorbo qualunque cosa da chiunque mi capiti di incontrare.  

Ci sono dei designer, Maurer a parte, o degli artisti che l’hanno ispirata?Senz’altro Dieter Rams, per la sua capacità di essere elegante e allo stesso tempo molto tecnico. Poi ci sono gli artisti, Caravaggio per esempio mi ha influenzato moltissimo, ma soprattutto l’arte moderna e contemporanea: gli americani come Donald Judd, Sol LeWitt e James Turrell, ma anche Fausto Melotti, Ettore Spalletti, Alberto Burri. Sono tutte ispirazioni che non cito apertamente nella mostra ma che in qualche modo mi girano in testa. 

Da Volumnia vediamo anche delle opere sperimentali, non destinate cioè alla produzione industriale. Quanto spazio ha questo tipo di ricerca, libera e slegata da esigenze di mercato, nel suo quotidiano? Tantissimo, quasi tutto in realtà. Lavoro dal mattino alla sera alla ricerca di nuove ispirazioni, accanto al mio ufficio ho allestito una camera oscura dove ho la possibilità di sperimentare il buio totale e un grande laboratorio. Ho anche un mio archivio dove conservo carte, diffusori, plastiche…tutto ciò che può essere usato per schermare la luce.

Ha mai avuto voglia di progettare qualcosa di diverso da una lampada? È capitato che mi proponessero di farlo ma ho sempre rifiutato. Mi sembrerebbe di tradire me stesso e il mio lavoro. Già da giovane ho capito che quello che avevo in mente era troppo radicale per delegarlo a un’azienda e che avrei dovuto provare a farlo da solo. Inoltre non so se sarei capace di fare altro: sono un cantautore e la mia musica è questa. 

Se si dovesse trovare a farlo che tipo di oggetto sceglierebbe? Ci sono cose molto semplici che mi affascinano, per esempio un tavolo o una sedia. Da buon emiliano, penso che da soli bastino a fare una casa.

Giulia Marani

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Fonte:

www.artribune.com

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