In tutti paesi occidentali si discute della crisi della democrazia liberale e della debolezza delle forze politiche che dovrebbero difenderne i principi, dinanzi alla minaccia rappresentata dal populismo e dalla crescente aggressività di autocrazie e regimi illiberali come la Russia di Vladimir Putin, che sono poi i principali sostenitori, anche finanziari, dei suddetti partiti populisti. Motivo per cui la minaccia, alla fine, è una sola. Il surreale dibattito attorno al caso Biennale e alla cosiddetta libertà dell’arte è solo l’ultima dimostrazione di quanto nel nostro Paese, tuttavia, una tale consapevolezza sia quasi del tutto assente, o comunque largamente minoritaria. Per ragioni politiche, storiche, culturali. Forse persino lessicali.
Quando sulla stampa americana parlano di politici centristi, per esempio, pensano a leader come Barack Obama e Bill Clinton. Noi pensiamo a Clemente Mastella. Quando sulla stampa internazionale si discute di crisi del liberalismo, si pensa per il passato a figure come Obama e Clinton, e per il presente a leader come Emmanuel Macron, che è stato capace di costruire un partito dal niente e vincere per due volte le elezioni presidenziali. Noi, quando parliamo di liberali, per il passato pensiamo a Renato Altissimo e per il presente a un pulviscolo di formazioni che a stento raggiungono il 3 per cento, e passano il tempo a insultarsi tra di loro, quando non se la prendono direttamente con gli elettori o semplicemente con i passanti sui social network (qui sarei tentato di aprire una lunga parentesi, che forse cancellerò prima di chiudere l’articolo, sulla «sindrome Milei» che sembra cogliere tanti liberali italiani di ultima generazione, quasi sempre stimati professori di economia, incapaci di accettare il fatto che i titoli accademici non valgano loro la deferenza e gli onori che ritengono di meritare anche in politica e sulla scena pubblica in generale, una ferita narcisistica che innesca in questi aspiranti tecnocrati una forma di radicalizzazione para-trumpiana, pur essendo sulla carta fierissimi antipopulisti, e li spinge a riversare tutta la propria frustrazione sui social network, dove si esprimono in un gergo a metà tra il machismo tossico da gangsta rap, tecnicismi finanziari da assidui frequentatori di Davos e trivialità da cinepanettone anni 80).
Il quadro è reso più confuso da una paradossale asimmetria, perché qui più che altrove si vede come a essersi largamente uniformati e globalizzati siano state le posizioni politiche, il lessico, i simboli dei partiti populisti e sovranisti, tanto da rendere perfettamente traducibili e comprensibili, direi persino intercambiabili, i discorsi di un Matteo Salvini e di una Marine Le Pen, di un J.D. Vance e di un Roberto Vannacci, mentre nulla di simile è accaduto sul fronte opposto, ammesso che un fronte opposto, fondato cioè su idee e principi radicalmente diversi, sia chiaramente individuabile, nel nostro paese.
In verità, questo è anche la conseguenza di una clamorosa – ancorché sottaciuta – vittoria delle forze europeiste e liberaldemocratiche (ne avevo già parlato qui il 16 aprile), che ha costretto tutti i partiti populisti d’Europa ad abbandonare qualsiasi velleità di uscire dall’Ue o dall’euro, e a frenare sensibilmente le proprie pulsioni illiberali. Ma resta, ed è forse il paradosso più incredibile, non solo in Italia, una vittoria senza vincitori.
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