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Isaac Hammouch – Il «krisaj» o il «tcharmil», una lama affilata sulla gola del Marocco

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Il discorso sui reati di furto e aggressione con armi bianche in Marocco non è più il semplice riflesso di notizie sparse diffuse dai media o dalle piattaforme dei social network. Si è trasformato in un’ossessione quotidiana che tormenta i cittadini e solleva profonde domande sulle cause della crescita di questo fenomeno e sulle sue ripercussioni sulla sicurezza collettiva. Quello che a livello locale viene chiamato «krisaj» (o «tcharmil» nel linguaggio popolare) non si limita più a quartieri isolati o a città specifiche. Partito dalle grandi metropoli come Casablanca, Salé e Rabat, ha raggiunto Fez, Tangeri, Kenitra, Safi, Ksar el-Kebir e Temara, fino a costituire una vera e propria epidemia nazionale che stringe d’assedio il cittadino nelle sue strade, nei suoi vicoli e persino all’interno delle sue attività commerciali.

L’ampiezza di questo fenomeno non si misura solo sulla base delle statistiche ufficiali, per quanto rassicuranti possano essere. La Direzione generale della sicurezza nazionale (DGSN) afferma, nel suo rapporto annuale per l’anno 2025, che gli indicatori della criminalità violenta sono diminuiti del 10%, rappresentando appena il 6% del totale dei procedimenti penali registrati. I furti sotto la minaccia di un’arma bianca sarebbero diminuiti del 24%, i furti con violenza del 6% e i furti con scasso di circa il 12%. Il tasso di risoluzione dei casi raggiungerebbe addirittura il livello record del 95% nel quadro generale della criminalità, con lo smantellamento di 1.112 reti criminali e l’arresto di 25.421 persone coinvolte in reati violenti.

Eppure, queste cifre non riescono a dissipare l’angoscia che si è insediata nello spirito collettivo. Perché il paradosso è proprio questo: mentre le curve statistiche scendono, la percezione dell’insicurezza sale alle stelle. Un responsabile della sicurezza nazionale lo ammette lui stesso: i furti e le aggressioni esistevano anche prima, ma la loro documentazione attraverso audio e video, e la loro diffusione istantanea sui social network, li fanno apparire più diffusi e in crescita. Le telecamere di sorveglianza sparse nei negozi e nelle strade pubbliche, insieme ai telefoni dei cittadini, hanno trasformato ogni singolo incidente in un evento nazionale nel giro di pochi secondi. Questo gonfiamento mediatico, sebbene rifletta una realtà oggettiva, genera uno stato di “paura collettiva” il cui impatto supera di gran lunga le statistiche ufficiali. Il cittadino non misura il proprio senso di sicurezza sulla base di cifre astratte, ma attraverso l’esperienza personale e ciò che vede accadere sotto i propri occhi.

I fatti di cronaca arrivano a nutrire crudelmente questa ansia. L’aggressione a Mohamed Najjar, vicepresidente del consiglio comunale di Salé, avvenuta in pieno giorno nella medina di Salé per mano di un giovane delinquente, ha rivelato la fragilità della sicurezza persino nei labirinti delle città antiche. Le versioni divergono sulle motivazioni dell’aggressore (un disturbo mentale secondo alcuni, un rancore legato a promesse di lavoro non mantenute secondo altri), ma la constatazione è unanime: nessuno è al sicuro, nemmeno un eletto, tra i vicoli di una città millenaria.

La vicenda di Salma, una studentessa il cui volto è stato sfregiato con una lama da barba da una compagna, e poi nuovamente minacciata dalla sua aggressrice, rivela un altro volto della violenza: quella che colpisce all’interno delle stesse istituzioni educative, proprio là dove si dovrebbe essere protetti. A Safi, alcuni “tcharmils” armati di spade e coltelli hanno costretto le forze dell’ordine a fare uso delle armi per neutralizzarli. A Casablanca, due giovani sono stati fermati dopo aver diffuso contenuti digitali che li mostravano mentre brandivano le loro armi davanti a un commissariato, una sfida sfrontata all’autorità pubblica.

Questi atti non sono frutto del caso. Affondano le loro radici in una crisi della società marocchina profonda e multiforme. L’analisi del professor Mustapha Saaliti, docente di psicologia sociale all’Università di Marrakech, illumina un primo aspetto di questa realtà: l’abdicazione della famiglia dalla sua funzione di socializzazione e di educazione. Il bambino o l’adolescente che non riceve una vera educazione all’interno della propria famiglia diventa sottomesso agli impulsi aggressivi, non prova sensi di colpa e non si punisce da solo, poiché la sua coscienza morale è quasi inesistente.

Questo fallimento del nucleo familiare di base si accompagna a una crisi del sistema educativo, dove l’abbandono e l’insuccesso scolastico lasciano intere coorti di giovani senza punti di riferimento, senza qualifiche, senza un progetto di vita. La ricercatrice in scienze sociali Ibtissam Aoufir aggiunge una dimensione economica essenziale: la chiusura delle prospettive di fronte a una fascia di giovani che non studiano più, per mancanza di successo scolastico o a causa dell’abbandono, e che non trovano un lavoro dignitoso, li spinge verso scelte disperate. O cercano di emigrare clandestinamente verso l’esterno, oppure si dedicano al furto, disposti anche a usare la violenza e le armi bianche. Questa logica di sopravvivenza, in cui il crimine diventa un’alternativa alla disoccupazione strutturale e all’esclusione sociale, testimonia una frattura profonda tra le promesse della società e la realtà vissuta dai suoi giovani. A ciò si aggiunge la piaga della droga, in particolare le pastiglie allucinogene e gli stupefacenti pesanti, che privano il tossicodipendente della capacità di distinguere il bene dal male e lo trasformano in una macchina aggressiva.

Il quadro giuridico attuale, tuttavia, fatica a costituire un baluardo efficace. L’articolo 303 del Codice penale marocchino prevede una pena detentiva da un mese a un anno e una multa da 1.200 a 5.000 dirham per chiunque venga colto a portare uno strumento tagliente, appuntito, atto a fendere o a strangolare, in circostanze che costituiscano una minaccia per la sicurezza pubblica. Queste sanzioni, relativamente leggere, contrastano con la crescente gravità dei fatti. L’articolo 507, più severo, prevede l’ergastolo per il furto commesso da una persona armata, ma la sua applicazione resta circoscritta ai casi più gravi.

Di fronte a questa insufficienza, il ministro della Giustizia, Abdellatif Ouahbi, ha annunciato nell’aprile 2025 che il nuovo progetto di Codice di procedura penale inasprirà le pene relative al porto di armi bianche sulla pubblica via, modificando l’articolo 303 bis e ampliando la nozione di arma. Le sue parole riflettono una presa di coscienza politica:

«Abbiamo un poliziotto a cui è stata tagliata la mano ad Agadir e delle ragazze giovanissime che sono state ferite al volto… Non ha alcun senso che un cittadino cammini per strada con una spada, un coltello o qualsiasi mezzo in grado di ferire il prossimo. Questo deve finire.»

Questa volontà di inasprimento risponde in parte alle pressioni della società civile. Alcuni attivisti marocchini hanno lanciato sui social network la campagna “Zero krisaj”, chiedendo alle autorità di sicurezza un’intensificazione dei pattugliamenti, operazioni di bonifica mirate ai covi criminali e un rafforzamento degli investimenti dello Stato nelle tecnologie di sorveglianza intelligente.

Tuttavia, il presidente della Lega marocchina per la cittadinanza e i diritti umani, Idriss Seddraoui, mette in guardia contro un approccio troppo ristretto: la posta in gioco va oltre il semplice inasprimento penale. Egli invoca una visione globale e un ampio dialogo sociale che riunisca molteplici attori: lo Stato, i difensori dei diritti, gli esperti di sociologia, le associazioni educative e culturali, i rappresentanti delle famiglie e i giovani stessi. Per lui, affrontare questa situazione preoccupante richiede una politica pubblica integrata che unisca la repressione legale, la prevenzione sociale, la riforma istituzionale e la giustizia economica, al fine di colpire le radici del crimine piuttosto che limitarsi a inseguire le sue manifestazioni.

Ma il fenomeno del «tcharmil» non si ferma ai confini del Marocco. Si esporta, migra, si reinsedia nelle periferie europee con una virulenza inquietante. Molti di questi giovani, braccati dalla giustizia marocchina o semplicemente alla ricerca di un altrove dove i loro reati trovino una relativa impunità, scelgono la via clandestina dell’emigrazione. Lasciano il Marocco attraverso le rotte marittime più pericolose, imbarcandosi su imbarcazioni di fortuna dalle coste del nord, nei dintorni di Tangeri, Nador o Al-Hoceima, per raggiungere le coste spagnole. Altri attraversano il confine terrestre di Ceuta e Melilla, a volte in gruppo, a volte isolati, spesso guidati da passatori che sfruttano la loro disperazione. Lo stretto di Gibilterra, quel sottile passaggio di pochi chilometri, diventa per loro una frontiera tra due mondi: quello da cui fuggono, dove la loro violenza è sempre più repressa, e quello che bramano, dove sperano di sfuggire alla sorveglianza.

In Spagna, e in particolare nelle grandi città come Madrid, Barcellona, Valencia e nelle periferie dell’Andalusia, il «tcharmil» trova un terreno fertile. Le reti di giovani provenienti dall’immigrazione marocchina, talvolta già noti alle forze di polizia del loro paese d’origine, importano i loro metodi, i loro codici e la loro cultura della violenza. Si organizzano in bande rivali, riproducendo gli schemi di territorialità e di predazione che avevano adottato nei quartieri popolari di Casablanca o di Salé. L’arma bianca, simbolo della loro identità di «tcharmil», diventa il loro strumento prediletto: coltelli da cucina trasformati in armi, machete, a volte persino spade tradizionali. Il loro modus operandi resta lo stesso: aggressioni brutali nei trasporti pubblici, scippi, racket ai danni dei negozi e, soprattutto, una manifesta volontà di intimidire attraverso la presenza ostentata dell’arma. I social network, anche in questo caso, svolgono il loro ruolo di cassa di risonanza: video di risse, minacce verbali, provocazioni verso la polizia spagnola, riproducendo la stessa sfida all’autorità vista in Marocco.

La giustizia spagnola, di fronte a questa importazione criminale, fatica a trovare una risposta adeguata. I giovani «tcharmils» beneficiano spesso del loro status di minori o della loro condizione di stranieri in situazione irregolare per sfuggire a pene esemplari. Il sistema penale spagnolo, improntato a un approccio decisamente rieducativo per i minori, si scontra con la recidiva endemica di questi profili. Alcuni, arrestati per furto con violenza o aggressione con arma bianca, vengono rapidamente rimessi in libertà per mancanza di posti nei centri di permanenza temporanea o a causa di complesse procedure amministrative legate alla loro espulsione. Altri spariscono nei meandri dell’amministrazione, passando da una città all’altra, da un’identità all’altra, sfruttando le falle nella coordinazione tra la polizia nazionale e quella locale. I commissariati dei quartieri popolari di Madrid o Barcellona denunciano regolarmente questa impunità di fatto, per cui lo stesso individuo può essere fermato più volte in pochi mesi senza mai essere realmente allontanato dal territorio.

Questo fenomeno di esportazione del «tcharmil» rivela una dimensione ancora più preoccupante: la transnazionalizzazione della delinquenza giovanile marocchina. Non sono più semplici migranti in cerca di un futuro migliore a varcare il Mediterraneo, ma delinquenti che fuggono da un ambiente diventato troppo repressivo per trovare in Europa uno spazio di relativa permissività. Si appoggiano a reti di connazionali già insediati, cugini, ex vicini di casa, che offrono loro un primo alloggio, contatti, talvolta persino armi. La diaspora marocchina, per la maggior parte laboriosa e integrata, si trova così presa in morsa tra la solidarietà comunitaria e la repulsione verso questi comportamenti che infangano l’immagine dell’intera comunità. Le moschee, le associazioni culturali, i club sportivi diventano spazi di sorveglianza informale, dove gli anziani cercano di intercettare i giovani alla deriva prima che compiano il passo definitivo.

L’analisi di questo fenomeno migratorio criminale impone di ripensare le categorie abituali. Questi giovani non sono né rifugiati politici né migranti economici nel senso classico del termine. Sono fuggitivi dalla violenza che essi stessi hanno creato, transfughi di un sistema repressivo che hanno contribuito ad alimentare. La loro partenza clandestina non è una fuga verso la speranza, ma una fuga dalla giustizia. Eppure, una volta giunti in Spagna, ricreano le stesse condizioni di violenza, gli stessi rapporti di predazione, le medesime gerarchie di banda. Il «tcharmil» diventa così un fenomeno circolare: nato nei quartieri svantaggiati del Marocco, esportato verso le periferie spagnole, rischia di ritornare sotto forma di reti transfrontaliere, di traffici, di filiere di reclutamento per il crimine.

Le polizie marocchina e spagnola, consapevoli di questa posta in gioco, hanno rafforzato la loro cooperazione, scambiando informazioni sui profili pericolosi e coordinando operazioni congiunte. Ma la frontiera resta porosa e il mare troppo ampio per una sorveglianza totale. Questa dimensione transnazionale del «tcharmil» rafforza l’urgenza di una risposta globale. Il Marocco non può più limitarsi a reprimere sul proprio territorio sperando che il problema si risolva da solo. L’esportazione della sua violenza giovanile verso l’Europa costituisce una battuta d’arresto diplomatica, una macchia sulla sua reputazione di partner privilegiato nella gestione delle migrazioni.

La Spagna, dal canto suo, deve riconoscere di trovarsi di fronte a una forma di criminalità importata che esula dagli schemi classici della delinquenza delle banlieue. Gli approcci puramente repressivi, da un lato e dall’altro dello stretto, si rivelano insufficienti. Occorrono un coordinamento europeo rafforzato e meccanismi di scambio rapido delle informazioni, ma anche e soprattutto una politica di prevenzione che intervenga sulle cause prima che i giovani cedano alla devianza. Perché il «tcharmil» che sale su un barcone per la Spagna non è una persona diversa da quella che, pochi mesi prima, terrorizzava un quartiere di Casablanca. È il prodotto dei medesimi fallimenti: familiare, scolastico, economico, identitario. La sua migrazione non fa altro che spostare il problema, ampliarlo, renderlo più complesso. Il giovane che brandisce un coltello in una strada di Madrid è il medesimo riflesso di una società che ha fallito nel proteggerlo, orientarlo e integrarlo; semplicemente, quel riflesso si è spostato, e lo specchio si sta incrinando un po’ più in là.

Isaac Hammouch è un giornalista e scrittore belgo-marocchino. Autore di diverse opere e articoli di opinione, si interessa alle tematiche sociali, alla governance e alle trasformazioni del mondo contemporaneo.

Isaac Hammouch
Isaac Hammouchhttps://www.isaachammouch.com/
Isaac Hammouch è un giornalista, scrittore e saggista specializzato in relazioni internazionali e geopolitica contemporanea. Pubblica su diverse testate giornalistiche belghe, europee e internazionali. Sito ufficiale di Isaac Hammouch: www.isaachammouch.com

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