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Cinquecento scienziati e zero lobby: così la Colombia ha cambiato le regole del gioco (del fossile)

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Mentre il “People’s Summit” chiede lo stop immediato alle licenze estrattive, la conferenza passa il testimone a Tuvalu e Irlanda per il 2027. Un segnale politico che sposta l’asse del dibattito dai negoziati delle COP verso impegni vincolanti e riforme del sistema finanziario

Una fotografia del vertice di Santa Marta immortala un uomo con un cappellino con la scritta “Make Science Great Again“. È l’emblema della prima conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili, tenutasi in Colombia dal 24 al 29 aprile 2026. La vera anomalia di questo incontro è stata l’esplicita esclusione dei lobbisti dell’industria fossile. “Se non potevi impegnarti a eliminare gradualmente i combustibili fossili, non potevi venire”, ha spiegato Mark Campanale di Carbon Tracker. Cinquantasette Paesi presenti, ma nessun delegato di Arabia Saudita, Qatar o Emirati e, significativamente, nessun rappresentante dell’amministrazione Trump.

Un formato orizzontale e rivoluzionario A colpire i partecipanti è stata la struttura interna del summit, lontana dai palchi istituzionali delle solite COP. Le sessioni si sono tenute in piccoli cerchi dove ministri, leader indigeni e attivisti discutevano alla pari, senza computer, seguendo la regola di Chatham House per favorire la massima franchezza. “Ci hanno messo in una situazione in cui dovevamo parlare con la mente e con il cuore”, ha raccontato Juan Carlos Monterrey Gómez, rappresentante di Panama. Prima del vertice politico, 400 scienziati hanno lavorato a un nuovo panel globale, il Scientific Expert Group for the Global Energy Transition, guidato da Johan Rockström. L’obiettivo è fornire analisi rapide e annuali, superando i cicli settennali dell’IPCC per rispondere all’urgenza della crisi.

Impegni nazionali e il fattore sopravvivenza Sul fronte degli impegni concreti, la Francia ha presentato la prima tabella di marcia nazionale organica per l’uscita dai fossili: stop al carbone entro il 2030 e al petrolio entro il 2045. La Colombia, nazione ospitante, ha mostrato un piano per tagliare il 90% delle emissioni energetiche entro il 2050, stimando che l’operazione, pur richiedendo 10 miliardi di investimenti annui, genererà risparmi netti per 23 miliardi entro metà secolo. A chiusura dei lavori, l’annuncio del passaggio di testimone: la prossima conferenza del 2027 si terrà a Tuvalu, co-organizzata con l’Irlanda. Per il piccolo Stato insulare, la transizione è una questione di sopravvivenza fisica contro l’innalzamento dei mari. È un segnale che sposta l’asse della diplomazia climatica verso la ricerca di impegni vincolanti tra chi vuole davvero agire.

Il nodo dei finanziamenti e il People’s Summit

Il grande ostacolo resta l’accesso al capitale. Sebbene le rinnovabili siano ormai più economiche dei fossili, i Paesi del Sud globale restano intrappolati in debiti e strutture finanziarie che non lasciano spazio a scelte autonome. Tra le proposte emerse, spicca l’uso dei proventi petroliferi residui per finanziare la transizione, come già avviene nello stato brasiliano di Espírito Santo. Parallelamente, il “People’s Summit” ha riunito mille organizzazioni della società civile, producendo una dichiarazione durissima: blocco immediato di tutte le nuove licenze estrattive, piani nazionali con scadenze certe e la fine dei meccanismi legali (ISDS) che permettono alle multinazionali di fare causa ai governi che adottano politiche climatiche restrittive.

Cosa resta del summit Santa Marta lascia in eredità tre filoni di lavoro: roadmap nazionali, riforma del sistema finanziario e riduzione del commercio ad alta intensità di carbonio. Tuttavia, pesano le assenze di giganti come Stati Uniti, Cina e India. Questa “coalizione dei volenterosi” rappresenta metà del PIL mondiale ma solo un quinto della produzione fossile. La scommessa è che il modello colombiano diventi una nuova “norma sociale” capace di influenzare la COP31 di Antalya. Intanto, per la prima volta, un vertice sul clima si è chiuso senza che l’industria del petrolio potesse riscriverne l’accordo nei corridoi.

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Fonte:

www.greenme.it

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