Uccisi o imprigionati e, quando va bene, imbavagliati e messi a tacere. Non c’è stata era più oscura di questa, da 25 anni a questa parte, per i giornalisti di ogni parte del mondo. Nel quarto di secolo trascorso dalla pubblicazione dell’Indice Mondiale sulla Libertà di Stampa dalla RSF, Reporters sans frontières (RSF), la storica Ong per la libertà di stampa con sede a Parigi, la libertà di stampa si è infatti lentamente deteriorata.
Ed è anche il giornalismo stesso a morire, soffocato com’è da un discorso politico sostanzialmente ostile a chi fa questo lavoro, indebolito da un’economia mediatica a mezz’asta e sotto pressione da assurde leggi contro la stampa.
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Se gli Stati Uniti che scendono di sette posizioni e diversi Paesi latinoamericani stanno precipitando in una spirale di violenza e repressione, l’Italia non è messa meglio col suo scivolone dal 49esimo posto del 2025 al 56esimo di quest’anno.
La libertà di stampa in Italia continua a essere minacciata da organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del paese, così come da vari piccoli gruppi estremisti violenti – si legge nella scheda dedicata al nostro Paese. I giornalisti denunciano anche i tentativi dei politici di ostacolare la loro libertà di coprire casi legali tramite la legge bavaglio, una legge che si aggiunge al contenzioso strategico contro la partecipazione pubblica — cause abusive note come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation, ossia azioni legali volte a intimidire o zittire soggetti impegnati nell’esercizio del diritto di critica e nella libera manifestazione del pensiero, ndr).
Il report
Il punteggio medio di tutti i Paesi del mondo non è mai stato così basso. Più della metà dei paesi del mondo si trova in una situazione “difficile” o “seria” per la prima volta nella storia della classifica – cioè in 25 anni. Un po’ di numeri:
Dei cinque indicatori che misurano lo stato della libertà di stampa nel mondo (economico, legale, di sicurezza, politico, sociale), il quadro giuridico è quello che è più calato quest’anno.
La Norvegia è in cima alla classifica per il decimo anno consecutivo, mentre l’Eritrea è all’ultimo posto per tre anni.
La Siria post-Assad (141ª) ha registrato la maggiore crescita nella classifica nel 2026 (+36)
Più della metà dei paesi del mondo (52,2%) si trova in una situazione “difficile” o “molto grave”, mentre nel 2002 erano solo una piccola minoranza (13,7%)
Nel 2002, il 20% della popolazione mondiale viveva in un paese dove la situazione della stampa era percepita come “buona”. Venticinque anni dopo, meno dell’1% della popolazione mondiale beneficia di questa buona situazione.
Di guerre e di leggi (inesistenti)
Nei Paesi colpiti da conflitti – come Iraq, Sudan, Yemen e Palestina – la libertà d’informazione peggiora drasticamente: guerre in corso significano giornalisti uccisi, censura e accesso limitato alle notizie. A Gaza, dal 2023, oltre 220 reporter sono stati uccisi.
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Altrove, il problema è strutturale: regimi autoritari come Cina, Corea del Nord ed Eritrea continuano a reprimere sistematicamente la stampa. Restano tra le aree più pericolose Europa dell’Est e Medio Oriente, con Russia e Iran ai livelli più bassi. Negli ultimi 25 anni, diversi Paesi hanno visto restringersi lo spazio informativo (Hong Kong, El Salvador, Georgia), mentre il Niger registra il peggior calo recente. In Arabia Saudita pesano violenze e repressione, inclusa l’esecuzione di un giornalista.
@Reporters sans frontières
Segnale opposto dalla Siria che, dopo la caduta del regime di Assad, risale la classifica pur restando in una fase fragile di transizione.
La leva più usata è quella legale: leggi, cause intimidatorie e accuse (terrorismo, disinformazione, offese allo Stato) vengono impiegate per zittire i media, anche nelle democrazie. Questo punteggio si è deteriorato in oltre il 60% dei Paesi (110 stati su 180), tra il 2025 e il 2026. Questo è il caso, ad esempio, dell’India (157ª), dell’Egitto (16ª), di Israele (116ª) e della Georgia (135ª). La criminalizzazione del giornalismo, basata sull’elusione della legge sulla stampa e sull’uso improprio delle leggi di emergenza o common law, è un fenomeno globale.
Il deterioramento dell’indicatore giuridico può essere spiegato anche dall’uso improprio della legislazione esistente per perseguire i giornalisti, con l’intensificazione degli SLAPP, sia in Bulgaria (71°) sia in Guatemala (128°), con il caso emblematico di José Rubén Zamora. In Indonesia (129ª), Singapore (123ª) e Thailandia (92ª), le élite politiche o economiche sfruttano anch’esse un quadro giuridico che non garantisce una protezione sufficiente alla stampa. Questi ostacoli legali si riscontrano anche in Paesi relativamente ben classificati come la Francia (25°).
Inoltre, in più dell’80% dei Paesi analizzati, i meccanismi di protezione sono percepiti come inesistenti o inefficaci. E sebbene il Regolamento Europeo sulla Libertà dei Media (EMFA) garantisca l’indipendenza e la sostenibilità dei media, in particolare dei servizi pubblici, nell’Unione Europea, viene regolarmente ignorato da iniziative legislative nazionali, come è avvenuto in Ungheria (74ª) sotto il governo di Viktor Orban, ma anche in Paesi di alto livello come la Slovacchia (37ª). Lituania (15°) e Cechia (11°).
E in Italia?
Qui la libertà di stampa resta fragile e sotto pressione: le organizzazioni mafiose, soprattutto nel Sud, rappresentano ancora una delle principali minacce. A queste si aggiungono piccoli gruppi estremisti violenti. I giornalisti che indagano su criminalità e corruzione subiscono intimidazioni sistematiche, attacchi e campagne di odio online. In alcuni casi vengono incendiati auto o abitazioni. Oggi circa venti cronisti vivono sotto scorta permanente.
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Un altro fronte critico riguarda le pressioni legali. I giornalisti denunciano tentativi della politica di limitare la copertura giudiziaria attraverso la cosiddetta “legge bavaglio”, introdotta dal Governo guidato da Giorgia Meloni. La norma vieta la pubblicazione di ordinanze di custodia cautelare fino alla fine dell’udienza preliminare. A questo si aggiunge il ricorso diffuso alle cosiddette SLAPP (cause strategiche contro la partecipazione pubblica), azioni legali spesso abusive che mirano a intimidire e scoraggiare il lavoro giornalistico.

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Il panorama mediatico italiano è ben consolidato e offre una vasta gamma di testate che offrono una grande varietà di opinioni. Il settore delle trasmissioni comprende diversi canali televisivi pubblici (come Rai 1) e stazioni radio, oltre a numerosi media privati. Questa diversità si riscontra anche nei media cartaci, che includono quasi 20 quotidiani (come Corriere della Sera e La Repubblica), circa 50 settimanali (come L’Espresso e Famiglia Cristiana), e molte riviste e vari siti di notizie. Tuttavia, esistono minacce al pluralismo dei media, in particolare sotto forma di tentativi di acquisizione mediatica che potrebbero minare l’indipendenza editoriale.
Il panorama dei media italiani, insomma, è ampio e articolato, eppure, stando ai dati del rapporto, il pluralismo non è garantito: operazioni di acquisizione e concentrazione editoriale mettono a rischio l’indipendenza delle redazioni.
In questo contesto, molti professionisti finiscono per autocensurarsi, per allinearsi alla linea editoriale o per evitare denunce per diffamazione. I sindacati denunciano inoltre una crescente interferenza politica nei media pubblici, con il rischio che la RAI venga utilizzata come strumento di propaganda.
Leggi ferme e libertà limitata
Il quadro normativo resta debole, dal momento che restano bloccate diverse riforme a tutela della libertà di stampa. La diffamazione resta un reato penale e, insieme alle SLAPP, continua a limitare il lavoro dei giornalisti. Sul piano economico, i media dipendono sempre più da pubblicità e fondi pubblici, mentre la stampa cartacea è in costante calo. Questo alimenta precarietà e riduce autonomia e capacità investigativa.
La crescente polarizzazione politica e sociale si riflette direttamente sul lavoro dei cronisti, spesso bersaglio di aggressioni verbali e fisiche durante manifestazioni e eventi pubblici.
Risultato? In Italia la libertà di stampa esiste, ma è sotto pressione: tra mafie, leggi restrittive, interferenze politiche e crisi economica, fare giornalismo resta un’attività sempre più complessa e, in alcuni casi, rischiosa.
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Fonte:
www.greenme.it



