Durante il suo primo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva detto all’allora suo segretario alla Giustizia, William Barr, che la giusta ricetta per costruire un buon tweet era “una giusta dose di pazzia”. Negli ultimi mesi, molti sono tornati a discutere di un possibile declino delle capacità cognitive di Trump: nonostante lui lo neghi e affermi di aver superato in modo ottimo tutti i test cognitivi che gli sono stati posti, sempre più persone lo mettono in dubbio. In un lungo articolo del New York Times si legge che sono dubbi sollevati a mezza voce da generali ritirati, diplomatici e politici esteri, fino ad alcuni esponenti di destra, come Marjorie Taylor Greene o Candace Owens, che hanno aiutato Trump a essere eletto, prima di allontanarsene per via della gestione opaca degli Epstein Files e per aver tradito gli ideali isolazionisti decidendo di entrare in guerra con l’Iran.
Per fare alcuni esempi, Trump ha affermato che suo padre sarebbe nato in Germania: non è vero, il padre Fred è nato nel Bronx. Ha ripetuto che suo zio, un noto insegnante del Massachusetts Institute of Technology, avrebbe insegnato a Ted Kaczynski, il noto serial killer conosciuto col nome di Unabomber: nella storia, Trump ripete che lo zio gli ha detto che Kaczynski era un grande studente, ma questo zio è morto nel 1985 e solo nel 1996 si è scoperto che Kaczynski fosse in realtà Unabomber. Durante un meeting del suo governo, ha parlato per minuti di un dialogo che sarebbe avvenuto con l’amministratore delegato di un’azienda di penne, che avrebbe convinto a fornirgliene uno stock brandizzato “White House” al prezzo di cinque dollari l’una. Il portavoce di Newell Brands, l’azienda produttrice, ha affermato al Washington Post di non avere alcuna informazione dell’esistenza di questo dialogo. Sempre più spesso, i suoi discorsi si interrompono per parlare di altro: della sua nuova sala da ballo che vuole costruire al posto dell’ala Est della Casa Bianca, di aver fatto finire una guerra tra Cambogia e Armenia, mai avvenuta, o dei serpenti velenosi in Perù.
Il dibattito sulle capacità del presidente è tornato in auge dopo la pubblicazione di vari tweet rivolti alle alte sfere iraniane, che contenevano un linguaggio genocidario: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Trump sembrerebbe prendere a piene mani dalla cosiddetta “teoria del pazzo” elaborata da Richard Nixon: si tratta dell’idea che agire come un pazzo risponda a una strategia razionale. Nixon la coniò dicendo ai suoi collaboratori di essere disposto a far credere ai nordvietnamiti di essere disposto a qualsiasi cosa pur di far finire la guerra in Vietnam, tra cui l’utilizzo dell’arma atomica. A questa teoria si rifarebbe Trump quando dice a Barr che nei tweet serve una dose di pazzia o quando ha detto al Wall Street Journal che la Cina non avrebbe mai invaso Taiwan “perché Xi sa che sono un fottuto pazzo”.
Secondo una lunga analisi pubblicata sulla New York Review of Books c’è una sostanziale differenza tra la teoria del pazzo di Nixon e quella di Trump. In una liberal-democrazia, infatti, fare il pazzo non dovrebbe essere accettato dall’opinione pubblica, che non gradisce vedere il loro leader comportarsi in maniera non razionale: era una teoria di diplomazia, già sviluppata dallo stesso Kissinger nel 1962, per cui nei colloqui con gli avversari bisognava comunicare anche la propria disposizione all’irrazionalità. L’isteria di Trump, che scrive su Truth che è disposto a distruggere un’intera civiltà, non è più un messaggio privato che vuole spaventare pochi esponenti di una leadership, convincendoli che gli Stati Uniti potrebbero addirittura usare l’atomica, ma uno spettacolo da stadio. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, l’idea di utilizzare la frase “gloria ad Allah” nel tweet sarebbe venuta a lui stesso, perché voleva apparire più instabile e insultante possibile.
I tweet hanno generato forti critiche fino a mettere in discussione la stabilità del presidente. Marjorie Taylor Greene, l’ex deputata ultra-trumpiana che poi ha litigato col presidente per la gestione degli Epstein files, ha detto che minacciare di distruggere una civiltà non è una retorica da duro, ma da matto. Ha invocato il venticinquesimo emendamento della Costituzione che permette ai membri del governo di revocare temporaneamente i poteri al presidente per “incapacità”: in questo caso, ci si riferirebbe a una presunta incapacità cognitiva. Anche i democratici hanno invocato l’utilizzo dell’emendamento: impossibile a farsi, perché dovrebbe essere attivato dai membri stessi del governo, che non hanno nessun interesse a sfiduciare il presidente.
La podcaster di estrema destra Candace Owens lo ha definito invece “un pazzo genocidario” mentre il cospirazionista Alex Jones ha affermato che “il suo cervello non sta bene”. Trump ha risposto a tutte queste persone insultandole, affermando che ci troveremmo di fronte a individui “dal basso quoziente intellettivo, che direbbero tutto il necessario per ottenere un po’ di pubblicità gratis”. Trump ha negli anni più volte accusato i suoi avversari di instabilità mentale: ha portato avanti la tesi secondo cui Biden non avrebbe potuto fare il presidente e ha anche affermato che pure la sua avversaria a novembre, Kamala Harris, non aveva “capacità mentali”. Ma, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, solo il 45 per cento degli americani ritiene Trump mentalmente abile a far fronte alle sfide imposte dalla presidenza.
Secondo il Wall Street Journal, quando è precipitato un aereo da guerra statunitense sul territorio iraniano, dando il via alla missione di salvataggio dei due piloti precipitati, Trump era intrattabile. Per questo, gli ufficiali lo avrebbero tenuto fuori dalla stanza dove si organizzava il salvataggio minuto dopo minuto, dandogli solo alcuni ragguagli via telefono: avevano paura che l’impazienza del presidente rovinasse la missione. Un quadro che non depone a favore della capacità del presidente di affrontare momenti critici del suo mandato.
Pochi giorni fa, anche sul Washington Examiner, quotidiano di tendenza conservatrice, è apparso un articolo d’opinione dal titolo “Donald Trump sta perdendo la testa”. Nel pezzo si legge che si tratta di un “settantanovenne che ha sempre ragionato col caos e che ora è consumato da esso. Gli episodi stanno diventando più frequenti, e ha perso non un senso di decenza e di decoro, che non ha mai avuto, ma di self control. Nonostante questo, per ambizione, codardia o accettazione le persone vicine a lui cercano un modo di razionalizzare il suo comportamento”.
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Fonte:
www.valigiablu.it



