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È nata l’alleanza che sfiderà Netanyahu alle elezioni

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In Israele si sta ricomponendo il fronte anti-Benjamin Netanyahu. Gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fusione dei loro partiti in una nuova formazione politica, con l’obiettivo esplicito di vincere le elezioni previste entro il 27 ottobre e porre fine alla lunga stagione politica del leader del Likud. La nuova lista, chiamata Yachad (Insieme, in ebraico) sarà guidata da Bennett e punta a riunire un’opposizione frammentata, che negli ultimi anni non è riuscita a tradurre il calo di consenso del governo in una reale alternativa politica. I due leader hanno presentato l’alleanza come una risposta alla crisi interna del Paese: «Il primo passo nel processo di unire e riparare lo Stato di Israele», hanno detto, insistendo sulla necessità di superare le divisioni.

La mossa ricalca uno schema già visto in passato. Nel 2021 Bennett e Lapid erano riusciti a costruire una coalizione eterogenea che aveva interrotto i dodici anni consecutivi di governo Netanyahu. Quell’esperimento, sostenuto anche da un partito arabo, era però durato meno di due anni, travolto da defezioni e tensioni interne. Oggi i due leader ci riprovano, ma in un contesto molto più complesso: un Paese segnato da oltre due anni di guerra e da una profonda frattura politica e sociale.

Secondo i sondaggi più recenti, il Likud di Netanyahu resta il primo partito con circa venticinque seggi, ma la coalizione di governo, la più a destra della storia israeliana, non avrebbe più la maggioranza. Il nuovo asse Bennett-Lapid potrebbe invece superare i sessanta seggi insieme ad altri partiti di opposizione, la soglia minima per governare. Sarebbe in ogni caso un equilibrio fragile, in un sistema altamente frammentato.

Più che una convergenza politica, l’alleanza nasce come un tentativo di unificare un campo diviso. «L’opposizione parlamentare si è dimostrata debole e inefficace», scrive il New York Times. Una specie di campo largo composto da forze centriste, di sinistra, di destra e arabe, spesso in competizione tra loro per la leadership. Bennett e Lapid puntano a rinsaldare un’alleanza proponendosi come asse centrale capace di attrarre sia elettori moderati di destra sia il centro liberale.

Sul piano politico, l’operazione prova anche a rispondere a una crisi di fiducia più ampia. La guerra contro Hamas successiva al 7 ottobre 2023 ha indebolito la credibilità di Netanyahu sul terreno della sicurezza, storicamente il suo punto di forza. A questo si aggiungono le critiche per i fallimenti dell’intelligence e il rifiuto del premier di assumersi responsabilità dirette o di istituire una commissione d’inchiesta indipendente – una misura che Bennett ha promesso di adottare «dal primo giorno» in caso di vittoria.

A pesare è anche la crisi politica che nata già prima della guerra. Frattura che non si è mai davvero ricomposta. Le contestate riforme della giustizia volute dal governo Netanyahu avevano già portato in piazza centinaia di migliaia di israeliani, alimentando timori per la tenuta democratica del Paese. Secondo il New York Times, quelle tensioni hanno «innescato una delle più grandi ondate di proteste nella storia recente di Israele», contribuendo a un clima di polarizzazione che l’attacco del 2023 non ha cancellato, ma semmai aggravato. In questo quadro, la nuova alleanza cerca di intercettare una domanda politica che non riguarda solo la sicurezza, ma anche la qualità delle istituzioni e la fiducia nello Stato.

La nuova alleanza insiste soprattutto sul tema dell’unità nazionale, cercando di trasformare una debolezza – le differenze ideologiche tra i due leader – in un punto di forza. «La nostra unità è un messaggio a tutto il popolo di Israele: l’era della divisione è finita», ha detto Bennett. «Questo Paese ha bisogno di unità quanto dell’aria per respirare», ha aggiunto Lapid.

Dietro la retorica unitaria ci sono però nodi politici rilevanti. Bennett, esponente della destra nazionalista e religiosa, ha espresso posizioni rigide sulla questione palestinese e, nell’attuale fase politica, esclude concessioni territoriali e nuove alleanze con partiti arabi. Lapid, invece, rappresenta l’elettorato laico e centrista e ha posto tra i temi centrali anche la leva obbligatoria per gli ultraortodossi. Sono le stesse linee di frattura che attraversano l’intera società israeliana.

Non va dimenticato che Netanyahu, nonostante l’indebolimento nei sondaggi, resta un avversario politicamente difficile da sconfiggere. Il premier ha già attaccato la nuova alleanza richiamando il precedente del 2021 e accusando Bennett e Lapid di essere pronti a ripetere un governo sostenuto da partiti arabi. La sua capacità di ricompattare il blocco di destra (o estrema destra) e religioso resta uno dei fattori decisivi in vista del voto.

L’esito delle elezioni dipenderà quindi meno dalla forza dei singoli partiti e più dalla capacità dei blocchi di costruire coalizioni stabili, il vero punto debole della politica israeliana degli ultimi anni. Bennett e Lapid scommettono che, in un Paese «profondamente fratturato», come lo definiscono loro stessi, l’idea di unità possa diventare un fattore elettorale decisivo. Resta da capire se basterà a trasformare un’alleanza contro qualcuno in un progetto politico capace di durare.


Fonte:

www.linkiesta.it

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