A fine marzo, nella cornice dell’École militaire – storico centro di formazione delle élite militari francesi – si è tenuto il Paris Defence and Strategy Forum 2026, sotto l’alto patrocinio del presidente Emmanuel Macron e organizzato dall’Académie de défense de l’École militair. Per tre giorni, esperti civili e militari, decisori e analisti si sono confrontati sulle principali trasformazioni della sicurezza e della difesa, in continuità con le grandi conferenze internazionali del settore. Al centro, il ritorno della guerra in Europa, le dinamiche geopolitiche, le sfide dell’informazione e dell’influenza, insieme alle implicazioni delle transizioni tecnologiche e industriali. L’edizione 2026, in particolare, ha posto l’accento su sovranità, alleanze e partenariati, come chiave di lettura di un ambiente strategico sempre più complesso e interdipendente.
Dall’evento, alcuni spunti di riflessione sul futuro delle minacce ibride e su come rafforzare la preparazione di Stati e società europee.
La sicurezza come responsabilità collettivaNel contesto di minacce ibride sempre più pervasive, la sicurezza è ormai uscita dal perimetro strettamente militare per coinvolgere l’intero sistema-Paese. Nel corso del dibattito tra l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, e Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale dell’Alleanza, è emersa con chiarezza l’importanza di un approccio whole-of-society, in cui istituzioni, settore privato, autorità locali e cittadini contribuiscono in modo coordinato alla resilienza nazionale. Il modello nordico rappresenta in questo senso un riferimento concreto: sistemi costruiti sulla cooperazione tra pubblico e privato, con un forte investimento sulla preparazione civile. In Svezia, per esempio, la responsabilità della sicurezza viene esplicitamente estesa a ogni cittadino. Un’impostazione che riflette un cambio di mentalità ormai necessario anche nel resto d’Europa, dove la gestione della sicurezza si intreccia sempre più con autonomia strategica e capacità di risposta diffusa. Come ricordato dall’Ammiraglio, «la sicurezza non è più affare esclusivo dei militari».
Minaccia asimmetrica, postura difensiva ed escalation: un equilibrio da ripensareNel panel dedicato al rapporto dell’Institut français des relations internationales dal titolo “Europe-Russia: Balance of Power Review”, redatto insieme a nove think tank europei e con un approccio basato sulla metodologia di net-assessment, la dimensione ibrida emerge – in parallelo a capacità militari, economiche e demografiche – come uno dei principali terreni di competizione con effetti strategici rilevanti. La questione è come tradurre questa consapevolezza in una rinnovata ed efficace postura strategica. Finora, l’Europa ha privilegiato un approccio difensivo, centrato sul resilience-building. Ma la natura e scala delle operazioni russe – calibrate per restare sotto la soglia del conflitto arma – impone un salto di qualità: passando a una postura più proattiva, capace di dissuadere e imporre costi capaci di interrompere le campagne ibride. Questo richiede maggiore allineamento tra strumenti operativi e risposta politica, e una riflessione più esplicita sul legame tra coercizione ibrida, escalation e coesione politica. Il dibattito nei circoli europei è finalmente aperto.
Il nesso tra minaccia ibrida, terrorismo e intelligenza artificialeDurante una discussione sul futuro del terrorismo (“Terrorism in 2040”), Rudolph Atallah, già numero due dell’antiterrorismo al Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha evidenziato una trasformazione strutturale: il terrorismo non si organizza più attorno a organizzazione gerarchiche, ma in ecosistemi. Reti fluide, connesse da ideologia, grievance e tecnologia, difficili da smantellare perché capaci di rigenerarsi rapidamente. L’uso di piattaforme criptate, valute digitali, droni commerciali e strumenti di intelligenza artificiale consente oggi di comunicare, finanziare, reclutare e produrre propaganda su scala globale, spesso senza alcun contatto diretto tra i membri di un’organizzazione. Le barriere d’ingresso non sono mai state così basse: gli strumenti per organizzare un attacco «stanno in uno zaino e si acquistano online», ha ricordato Atallah. Il tutto mentre il conflitto in Ucraina funge da laboratorio per l’adozione e la diffusione di tecnologie che anche attori non statali osservano e replicano.
Il dominio cognitivo e le implicazioni post-conflictA questa trasformazione si affianca un’evoluzione più ampia dell’ambiente operativo. Il dominio cognitivo – la capacità di influenzare percezioni, decisioni e comportamenti – diventa un vero campo di battaglia. Ma negli scenari fino al 2040 il rischio si alimenta anche di dinamiche sociali profonde: dall’emersione di una generazione di combattenti russi demobilitati agli orfani di Gaza, privi di prospettive e segnati dal conflitto, alla crescita di bacini di vulnerabilità legati a possibili instabilità economiche e demografiche in Cina. Il tutto, con l’intelligenza artificiale che già oggi facilita la propaganda mirata e l’elusione dei controlli delle piattaforme social. Ne deriva un cambio di paradigma per le autorità antiterrorismo: dalla distruzione di organizzazioni allo smantellamento di ecosistemi sempre più ibridi e digitali, dove il vantaggio tende a premiare gli attori più rapidi nell’adattarsi.
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