Giuseppina Di Foggia è finita al centro dell’attenzione per una vicenda che intreccia tempi delle assemblee, regole societarie e una buonuscita milionaria. Tutto nasce dalla sua designazione alla presidenza di Eni, mentre è ancora amministratrice delegata di Terna.
Il passaggio, apparentemente lineare, si è subito complicato per una questione di calendario: l’assemblea di Eni è fissata al 6 maggio, quella di Terna al 12 maggio. Per assumere il nuovo incarico, Di Foggia deve quindi dimettersi prima della scadenza naturale del mandato.
Il nodo della buonuscita da 7,3 milioni
È qui che emerge il problema principale. Il contratto della manager prevede una buonuscita da 7,3 milioni di euro, ma solo a determinate condizioni. Le regole rendono incompatibili le due strade. Lo statuto di Terna impedisce di sedere contemporaneamente nei Cda di società energetiche, mentre le norme sul cosiddetto pantouflage limitano il riconoscimento di indennità quando si passa tra società riconducibili allo stesso azionista pubblico. In sostanza, dimettersi per andare in Eni significa rinunciare alla liquidazione.
Per giorni la situazione è rimasta bloccata su questo bivio: lasciare Terna subito per il nuovo incarico oppure restare fino a fine mandato e incassare la buonuscita. La svolta sarebbe arrivata quando Di Foggia ha aperto alla rinuncia della buonuscita per poter accedere alla presidenza di Eni.
Secondo quanto ricostruito oggi dal quotidiano La Stampa, la rinuncia non sarebbe totale. La manager lascerebbe la parte principale della severance, circa 2 milioni, ma manterrebbe altre componenti economiche, tra cui incentivi di lungo periodo e compensi differiti, per un valore stimato tra 4 e 4,5 milioni.
Con questa soluzione, il percorso verso Eni appare avviato. La nomina resta legata all’assemblea del 6 maggio, a cui Di Foggia potrà arrivare solo dopo aver lasciato Terna.
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