Il muro delle due ore è stato una chimera per tutti i maratoneti della storia. Ci si poteva avvicinare, sfiorarlo, vantarsi di esserci arrivati più vicino degli altri. Rimaneva lì, intoccabile. Fino a domenica scorsa, fino a Sabastian Sawe e la sua gara da un’ora, cinquantanove minuti e trenta secondi. Sawe ha tenuto per 42,195 chilometri un ritmo che per molte persone, anche allenate, è impegnativo quasi come uno scatto o un allungo. È come se avesse corso i cento metri in diciassette secondi, che non è un grande tempo, ma ripetuto per 422 sprint consecutivi, senza pause. Significa andare a più di ventuno chilometri orari per poco meno di due ore. È un record fisicamente assurdo, una distorsione della percezione delle capacità umane.
Subito dopo la gara si è parlato delle scarpe di Sawe, le adidas Adizero Adios Pro Evo 3. Indubbiamente l’innovazione tecnologica è parte di questo risultato: il nuovo modello della casa tedesca è uno dei più leggeri mai prodotti, pesa meno di cento grammi ed è ingegnerizzato per restituire energia, per ottimizzare ogni passo. Super scarpe. Come quelle che negli ultimi dieci anni hanno permesso di battere più record di quanti ne fossero stati battuti nei diciassette precedenti.
Ma la scarpa è solo una parte della storia, anche la meno interessante. L’impresa di Sawe è titanica e non può essere sminuita così. La tecnologia è uno strumento, è un dettaglio, è un pezzo dello sport, di tutti gli sport.
In “Roger Federer come esperienza religiosa”, David Foster Wallace descrive il tennista svizzero come una figura quasi metafisica, capace di unire la forza bruta a un’estetica raffinata. I ritmi del suo tennis sono quelli di un’epoca in cui l’innovazione tecnologica ha portato racchette in fibra di carbonio, leggere e rigide, quindi colpi molto arrotati, velocissimi. Dentro quel contesto Federer è inimitabile: Mozart e Metallica insieme. Lo stesso avviene nel calcio, dove scarpini sempre più performanti permettono ai giocatori di raggiungere velocità senza precedenti nella storia, con tocchi felpati immaginifici. E poi ci sarebbero tutte le tecnologie adoperate in allenamento e nelle fasi di recupero, quelle che permettono agli ultraquarantenni LeBron James e Cristiano Ronaldo di essere ancora determinanti ad alti livelli.
La tecnologia non cancella l’epica, al massimo la accompagna. A Londra, il muro delle due ore è stato abbattuto due volte. Anche Yomif Kejelcha è sceso sotto. Undici secondi dopo Sawe: un’ora, cinquantanove minuti e quarantuno secondi. È il secondo tempo più veloce della storia eppure rischia di passare in secondo piano. Sarebbe ingeneroso. Il suo risultato è il migliore nella storia tranne uno. È il migliore di tutti i tempi, dell’umanità presente e passata. Kejelcha è come il secondo uomo sulla Luna, è Buzz Aldrin, è questa la prospettiva con cui si dovrebbe guardare alla sua impresa, in barba alle chiacchiere da bar sport con cui si liquida il secondo classificato come il primo dei perdenti.
Il discorso dell’innovazione tecnologica che condiziona i risultati non può ridurre la portata della loro impresa. Le loro storie sono speciali in quanto uniche, personali, senza precedenti. Soprattutto, sono storie umane, in cui il peso di una scarpa è un’inezia.
Grazie a condizioni climatiche ideali le strade di Londra sono diventate un’autostrada su cui si è combattuta una battaglia sportiva, a cui a lungo ha partecipato anche l’ugandese Jacob Kiplimo. È stata una gara inattesa, di un livello altissimo. «Prima del quarantunesimo chilometro stavo benissimo, ero rilassato, poi il mio corpo si è fermato, ho provato a spingere ma aveva le gambe a pezzi», ha detto Kejelcha a fine gara, dimostrando di aver dato tutto quello che aveva, in una corsa piena di pathos e di sofferenza, come solo una gara lunghissima può essere.
L’epica di una gara in cui si arriva a superare le colonne d’ercole della maratona non si può inventare, non si può riprodurre in laboratorio. Nel 2019 lo aveva fatto Eliud Kipchoge: il primo risultato sotto le due ore, ma un tempo non ufficiale perché aveva corso in condizioni artificiali, quindi non omologabile. Nessuno la considera una grande storia di sport.
Lo scorso 19 aprile abbiamo visto dei robot umanoidi correre velocissimi per le strade di Pechino. Era la seconda edizione della “Beijing E-Town Humanoid Robot Half-Marathon”, una mezza maratona aperta sia agli esseri umani sia ai robot. Tra questi qualcuno cadeva dopo pochi passi, altri si bloccavano o sbandavano improvvisamente, altri filavano via senza intoppi, mostrando gli ultimi prodigi dell’innovazione. Rispetto alla scorsa edizione, i tempi di quelli che completavano il percorso erano più che dimezzati.
La certezza è che tutti i limiti attuali saranno migliorati nei mesi e negli anni a venire, se ce ne sarà l’interesse, la disponibilità di investimento, la libertà di sperimentazione. C’è un dettaglio fondamentale: i robot umanoidi hanno già superato i record stabiliti da uomini in carne e ossa sulla mezza maratona. Presto potranno farlo anche sulla maratona. Sarà una grande storia di scienza, ma non basta un corpo che corre a ventuno chilometri orari per creare una bella storia di sport.
La forza della storia di Sawe e Kejelcha sta nel fatto che abbiano superato quel record a modo loro, cioè nell’unico modo in cui il mondo avrebbe potuto portarli a compiere un’impresa. Sawe e Kejelcha sono come Reinhold Messner che sale l’Monte Everest senza ossigeno, sono i cento metri di Usain Bolt in 9,58 secondi, sono “Kind of Blue” di Miles Davis. Sono inimitabili. È l’originalità dell’uomo a rendere speciali queste storie.
Sawe ha trentun anni, è cresciuto in un villaggio del Kenya, in una casa senza elettricità. Uno dei suoi primi insegnanti lo convinse a gareggiare prospettandogli un futuro vincente. Le maratone ufficiali sono arrivate solo nel 2024, anno della vittoria a Valencia con il tempo di due ore, due minuti e cinque secondi. Oggi è allenato dall’italiano Claudio Berardelli e nel suo campo di allenamento a Kapsabet lo chiamano l’assassino silenzioso perché parla poco.
Per vincere e battere il record, Sawe ha dovuto preparare questa maratona con dedizione ascetica. Berardelli ha rivelato che nelle sei settimane precedenti Sawe aveva mantenuto una media di oltre duecento chilometri a settimana, con un picco di duecentoquarantuno. Per colazione, prima della gara, solo carboidrati: pane e miele, seguendo in maniera pedissequa le linee guida della nutrizione sportiva, per avere una piena disponibilità di glicogeno senza appesantire la digestione. «Oltre ai fattori tecnici, Sabastian è una persona umile, positiva, con un’attitudine unica. In oltre vent’anni di lavoro in Kenya pensavo di aver visto tutto, ma lui mi ha mostrato qualcosa che sembrava impossibile», suggerendo ulteriori margini di miglioramento.
Per Kejelcha, ventottenne, vale lo stesso: è uno dei mezzofondisti più completi della storia, in grado di registrare record mondiali dal miglio indoor alle corse di dieci chilometri. Arrivava a Londra all’esordio in una maratona ufficiale. Il sito specializzato Citius prima della gara esprimeva qualche dubbio sulla sua tenuta sui quarantadue chilometri, e lo descriveva come una potenziale mina vagante. Oggi con una battuta si potrebbe dire che è l’unico maratoneta a non aver mai corso sopra le due ore.
Sabastian Sawe e Yomif Kejelcha non sono soltanto due corpi che corrono veloci. Quando li guardiamo spingere sull’asfalto vediamo qualcosa di più semplice e più antico: l’essere umano che prova a superare i propri limiti un po’ più in là, un’esigenza ancestrale che non può avere fine. «Da oggi il mondo non è più lo stesso», ha detto domenica Paula Radcliffe, primatista mondiale di maratona nel 2003. E infatti non lo è. Perché ogni record è una soglia e quella soglia ora ha un nome e un tempo. Il record di Sawe è il nuovo Graal da cercare. Perché tutti i limiti umani, in fondo, sono fatti per essere superati.
Fonte:
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