HomeEsteriIsaac Hammouch — Iraq 2026: la retata anti-corruzione di Ali al-Zaidi

Isaac Hammouch — Iraq 2026: la retata anti-corruzione di Ali al-Zaidi

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È una scena che sembrava impensabile fino a pochi mesi fa. Alla fine di giugno 2026, nel cuore della notte di Baghdad, le forze de sicurezza irachene hanno bloccato gli accessi alla blindatissima Zona Verde. In un raid senza precedenti dall’invasione americana del 2003, 47 alti funzionari, tra cui deputati e direttori di ministeri, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione. Alla regia dell’operazione: Ali al-Zaidi, il nuovo Primo Ministro iracheno entrato in carica a maggio 2026, che ha fatto della lotta al bando della malversazione di fondi pubblici la priorità assoluta del suo mandato.

Dietro questo colpo di mano mediatico e politico, tuttavia, si pone una questione scottante per i 43 milioni di iracheni e per la comunità internazionale: questa ennesima campagna di integrità sarà in grado di smantellare davvero un sistema di corruzione endemico che ha svaligiato centinaia di miliardi di dollari, o si tratta solo di un’operazione di facciata in vista della visita di al-Zaidi a Washington, prevista per il luglio 2026?

Ali al-Zaidi: ritratto di un uomo d’affari catapultato ai vertici del potere

Per comprendere la natura e la sincerità di questa campagna, occorre innanzitutto capire chi sia quest’uomo che la quasi totalità degli iracheni ignorava fino alla sera del 27 aprile 2026, poche ore prima che venisse nominato Primo Ministro.

Ali Faleh al-Zaidi è nato nel 1986 a Baghdad, da una famiglia originaria della provincia meridionale di Dhi Qar, una delle regioni più povere e dal punto di vista tribale più influenti del Paese. Ultimo dei suoi fratelli, viene descritto dai suoi cari come un uomo dalle convinzioni religiose conservatrici, discreto, poco attratto dai riflettori dei media e appassionato di poesia popolare irachena. Nulla, all’apparenza, lo destinava a guidare uno dei Paesi più complessi del Medio Oriente.

La sua formazione è rigorosamente accademica e orientata agli affari. Ha conseguito una laurea in giurisprudenza, una laurea in finanza e banca e un master in banca e finanza. È inoltre membro dell’Ordine degli Avvocati iracheno. Questo profilo da giurista-finanziario è raro in un panorama politico iracheno dominato dal 2003 da figure provenienti da partiti confessionali e milizie armate.

È nel mondo degli affari che al-Zaidi ha costruito la sua fortuna e la sua rete di contatti. Presiede la National Holding Company, un conglomerato fondato nel 2017 le cui attività spaziano dall’agricoltura all’immobiliare, dalla logistica alle energie rinnovabili e al settore bancario. Ha anche diretto la Al-Janoob Islamic Bank, una banca privata coinvolta nel sistema di aste valutarie della Banca Centrale irachena. Il suo impero si estende all’istruzione (presiede l’Università Al-Shaab) e alla sanità (dirige l’Istituto Medico Ishtar), oltre che al settore alimentare, dove le sue aziende d’importazione riforniscono una fetta significativa del mercato iracheno di beni di prima necessità. Possiede inoltre il canale televisivo Dijlah TV, gestito da suo fratello.

La sua designazione a Primo Ministro, decisa in appena 25 minuti di deliberazione all’interno del Quadro di Coordinamento Sciita, ha sorpreso l’intera classe politica. Il suo asso nella manica: non appartenere a nessun partito, il che lo rendeva un candidato di compromesso accettabile sia per Washington, che aveva posto il veto su Nouri al-Maliki, sia per Teheran. Il presidente Donald Trump si è congratulato personalmente con lui per telefono ancor prima del voto di fiducia del Parlamento, un gesto diplomatico senza precedenti.

Ma è stata la rivelazione fatta durante la sua prima conferenza stampa a colpire davvero l’opinione pubblica: non appena nominato, un alto funzionario del Ministero del Petrolio gli ha offerto una bustarella da 200 milioni di dollari per coprire delle malversazioni. Al-Zaidi non solo ha rifiutato, ma ha immediatamente reso pubblico il caso e ordinato l’arresto del funzionario. Per molti iracheni, questo gesto ha rappresentato una forte rottura simbolica rispetto a decenni di cultura dell’impunità.

Il costo umano di una corruzione di Stato sistemica

Per capire l’urgenza della situazione in Iraq, bisogna guardare oltre i palazzi della Zona Verde e osservare la vita quotidiana della popolazione. L’Iraq, pur essendo uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo (gli idrocarburi rappresentano oltre il 90% delle entrate statali), mostra statistiche socio-economiche allarmanti.

Secondo i dati del 2025, il tasso di disoccupazione complessivo ristagna intorno al 16%, ma colpisce in pieno i giovani. La disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni supera il 32%, e il tasso di povertà resta pericolosamente alto, in particolare tra le donne e i giovani laureati. Gli iracheni comuni subiscono le conseguenze dirette del furto di fondi: interruzioni croniche della corrente elettrica, ospedali fatiscenti, strade impraticabili e carenza di acqua potabile. L’incapacità dello Stato di fornire i servizi pubblici di base è direttamente collegata all’evaporazione dei bilanci ministeriali in progetti fantasma e appalti truccati.

Cifre da capogiro: il saccheggio di una nazione

L’Iraq è regolarmente classificato tra i Paesi più corrotti del pianeta. Nel suo Indice di Percezione della Corruzione del 2025, Transparency International colloca il Paese al 136° posto su 182, con un punteggio disastroso di 28 su 100.

L’entità del saccheggio sfida la ragione. Nel 2021, l’ex presidente Barham Salih rivelava che 150 miliardi di dollari di proventi petroliferi erano stati portati clandestinamente fuori dal Paese dal 2003. La Commissione Federale d’Integrità parla di 350 miliardi di dollari volatilizzati in 18 anni. Nel 2023, l’ex Primo Ministro Mustafa Al-Kadhimi evocava 600 miliardi di dollari di perdite colossali accumulate. Oggi, alcuni analisti stimano che la fattura totale sfiori il bilione (mille miliardi) di dollari.

Lo scandalo più emblematico resta il tristemente noto “Furto del Secolo” emerso alla fine del 2022: 2,5 miliardi de dollari svaligiati dai conti dell’Autorità Fiscale in soli undici mesi da una rete di aziende private che beneficiavano di alte complicità statali. Eppure, secondo la Century Foundation, questa colossale rapina rappresenterebbe solo l’1% circa del denaro perso a causa della corruzione dalla caduta di Saddam Hussein.

La retata di giugno 2026: un’offensiva senza precedenti

I risultati della campagna di al-Zaidi non hanno tardato a concretizzarsi. La retata di fine giugno 2026 è stata innescata dalle confessioni di Adnan al-Jumaili, viceministro del Petrolio arrestato a maggio. A casa di quest’ultimo, gli investigatori hanno sequestrato un bottino degno di un cartello: 86 milioni di dollari in contanti, 70 proprietà immobiliari, 21 auto di lusso, chili di gioielli d’oro e un arsenale di armi. Secondo un giornalista iracheno, il totale dei fondi sottratti da questo solo funzionario potrebbe toccare gli 8 miliardi di dollari.

Parallelamente, il governo ha annullato il contratto di sviluppo dell’aeroporto di Baghdad (764 milioni di dollari) per sospetti di frode, e sventato un tentativo di distrazione di oltre un miliardo di dollari ai danni di due banche pubbliche. Una lista di circa cinquanta personalità, che comprende ex ministri, parlamentari e alti funzionari, è stata stilata dal nuovo Consiglio Sovrano Supremo per l’Integrità, con fondi potenzialmente recuperabili stimati tra i 50 e i 250 miliardi di dollari.

Il sistema “Muhassasa”: l’ostacolo principale alle riforme

Se la popolazione e alcuni diplomatici lodano il coraggio del nuovo Primo Ministro, molti analisti restano prudenti. In Iraq la corruzione non è l’opera di poche “mele marce”: è istituzionalizzata. Si basa sul “Muhassasa”, il sistema di spartizione confessionale e partitica del potere introdotto dopo il 2003. Questo sistema permette alle varie fazioni politiche e milizie armate di spartirsi i ministeri come veri e propri bottini di guerra, utilizzando i bilanci pubblici per finanziare le proprie reti clientelari e le attività paramilitari.

“Sono più di 23 anni che le componenti che governano l’Iraq si sono accordate tra loro per non aprire alcun fascicolo sulla corruzione”, ha dichiarato a RFI Rahim el-Daraji, segretario generale del movimento di opposizione Kafa. Ogni Primo Ministro (Nouri al-Maliki, Haider al-Abadi, Mustafa al-Kadhimi, Mohammed Shia’ al-Sudani) ha promesso di sradicare la corruzione, senza mai riuscire a scardinare il sistema.

Pressione americana e geopolitica regionale

L’offensiva anti-corruzione di Ali al-Zaidi non può essere compresa se non attraverso la lente della geopolitica. Gli arresti di giugno 2026 giungono a poche settimane da una visita cruciale del Primo Ministro a Washington, prevista per metà luglio, dove sarà ricevuto dal presidente Donald Trump.

Secondo fonti diplomatiche, gli Stati Uniti stanno esercitando una forte pressione su Baghdad affinché risani le proprie finanze, blocchi il contrabbando di dollari verso l’Iran e disarmi le milizie filo-iraniane, spesso finanziate proprio con i soldi della corruzione. L’emissario speciale americano Tom Barrack si è recato a Baghdad a metà giugno per preparare l’incontro. L’Iraq si trova così su un filo del rasoio: al-Zaidi deve dare prove di buona governance agli investitori occidentali e a Washington, pur mantenendo i rapporti con il potente vicino iraniano, il cui capo della diplomazia, Abbas Araghchi, si trovava a Baghdad nello stesso fine settimana degli arresti.

Quale futuro per la lotta alla corruzione in Iraq?

Affinché l’operazione “mani pulite” di Ali al-Zaidi non si riveli un semplice fuoco di paglia, lo attendono sfide titaniche. La giustizia irachena deve dimostrare la propria indipendenza condannando i responsabili arrestati senza cedere alle pressioni politiche. Il quadro normativo, in gran parte ereditato dal 1969, va modernizzato per contrastare efficacemente la criminalità finanziaria internazionale. Infine, Baghdad dovrà ottenere la cooperazione dei Paesi occidentali e regionali per rimpatriare le centinaia di miliardi di dollari riciclati all’estero.

“Se ci fosse l’intenzione di arrivare a compromessi con questi ladri, ci opporremo con tutte le nostre forze”, avverte l’opposizione irachena. Per i 43 millions di iracheni, stremati dalla povertà e dalla disoccupazione pur galleggiando su un oceano di petrolio, fallire non è più un’opzione. Ne va della credibilità dello Stato iracheno e della stabilità dell’intero Medio Oriente.

() Isaac Hammouch è un giornalista e scrittore belga-marocchino. Autore di diversi saggi e articoli di opinione, si interessa alle dinamiche sociali, alla governance e alle trasformazioni del mondo contemporaneo.*

Isaac Hammouch
Isaac Hammouchhttps://www.isaachammouch.com/
Isaac Hammouch è un giornalista, scrittore e saggista specializzato in relazioni internazionali e geopolitica contemporanea. Pubblica su diverse testate giornalistiche belghe, europee e internazionali. Sito ufficiale di Isaac Hammouch: www.isaachammouch.com

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