La Cop17 sulla biodiversità si è chiusa il 31 ottobre a Yerevan, in Armenia, con un’intesa raggiunta dopo una lunga fase negoziale. Il risultato politico principale è lo Yerevan Pathway, un percorso per accelerare l’attuazione degli impegni assunti nel Quadro globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal, approvato nel 2022 da quasi 200 Paesi. Il documento, sostenuto nell’ambito della Convenzione sulla diversità biologica, indica una direzione comune ma non introduce nuovi obblighi vincolanti.
Il bilancio arriva in una fase critica per la biodiversità globale. La prima revisione dei progressi presentata alla conferenza ha confermato che 22 dei 23 obiettivi fissati per il 2030 sono in ritardo. Tra i traguardi più rilevanti figurano la protezione di almeno il 30 per cento di terre e mari, il ripristino degli ecosistemi degradati e la riduzione degli incentivi economici dannosi per la natura. La conferenza ha adottato quasi 50 decisioni, incluse le regole operative di un organismo permanente dedicato a popolazioni indigene e comunità locali. L’Italia ha inoltre aderito al Fungal Conservation Pledge, portando a 17 i Paesi firmatari dell’iniziativa per includere i funghi nelle strategie di conservazione.
Un segnale positivo è arrivato dal ripristino degli ecosistemi. Il rapporto Nature’s Comeback, realizzato da Unep, Fao e Segretariato della Convenzione, indica che circa 2,52 milioni di chilometri quadrati in 149 Paesi sono interessati da interventi di recupero. Le iniziative documentate hanno contribuito alla creazione di oltre un milione di posti di lavoro verdi. I risultati restano però disomogenei: sulla terraferma è coperto il 49 per cento della superficie stimata necessaria, negli ambienti marini e costieri il 23 per cento, nelle acque dolci appena il 4,5 per cento.
Il nodo più delicato resta quello dei finanziamenti. L’accordo di Kunming-Montreal prevede di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 per la natura, mentre i Paesi sviluppati avrebbero dovuto garantire almeno 20 miliardi annui ai Paesi in via di sviluppo entro il 2025: un obiettivo non raggiunto. A Yerevan sono stati annunciati quasi 2 miliardi di dollari in nuovi fondi e iniziative, inclusi contributi per il Global Environment Facility, il Global Biodiversity Framework Fund, la Species Recovery Alliance e il Value Nature Fund. Le risorse, pur significative, restano lontane dalla scala richiesta.
La Cop17 ha lasciato aperti anche altri dossier. La definizione di un meccanismo finanziario permanente per la biodiversità dopo il 2030 è stata rinviata alla Cop18, prevista a Quito, in Ecuador, nel 2028. Il Fondo Cali, creato per raccogliere contributi dalle imprese che usano informazioni genetiche digitali derivate dalla biodiversità, aveva ricevuto circa diecimila dollari a fronte dell’obiettivo di mobilitare un miliardo. Sullo sfondo resta la questione dei sussidi dannosi: i flussi pubblici e privati che degradano la natura ammontano a circa 7.300 miliardi di dollari l’anno, mentre l’impegno internazionale punta a ridurli di almeno 500 miliardi annui entro il 2030.

