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Benedetta Pigoni è sempre stata affascinata dalle storie. Sin da quando le raccontava alla sorella minore per farla addormentare, non ha mai smesso di sperimentare nuovi modi per narrarle. Fino ad arrivare al teatro.
«Il palcoscenico è un modo particolarmente intenso di raccontare storie, perché te le fa vivere. Quando sei lì, sei presente, qualcosa accade davvero, riempiendoti di meraviglia», racconta. All’inizio pensava di voler fare l’attrice. Poi è arrivato l’incontro con Gabriele Vacis, e una docuserie per Rai Storia, Einstein parla italiano. E la svolta, con il “teatro di figura”: «Quando sono entrata alla Paolo Grassi ho incontrato la scrittura per la scena, e ho pensato che fosse la mia strada». Chi la conosce, sa quanto sia difficile definirla: drammaturga, burattinaia, scrittrice, ma soprattutto esploratrice. «Ogni spettacolo è una nuova avventura verso le cose che posso scoprire».
Tra i lavori più recenti, Dungeons, scritto dopo un’esperienza di volontariato in carcere. Ma Benedetta si muove anzitutto tra linguaggi diversi, contaminando discipline e singolari passioni personali. «Ho tanti interessi: la cultura nipponica, il mermaiding, le sirene, le galline, i giochi di ruolo». Mentre parliamo racconta di essere in partenza per il Giappone, per una residenza artistica sul tema degli Oni, creature demoniache orchesche del folklore giapponese, sulle quali scriverà uno spettacolo. Ma attraverso il teatro tratta anche temi d’attualità: «Ho scritto uno spettacolo in cui vorrei usare le tecniche di mermaiding per parlare dell’inquinamento delle acque causato dalle microplastiche». Così, racconta di quanto nel suo lavoro il rapporto con il pubblico sia basato perlopiù sulla fiducia: «Devi dialogare con lui, ma non lo vedi. Il pubblico vede il burattino, ma non vede te. Si tratta di ascoltare, perché il burattino si basa sul dialogo, ma è anche un ascolto tramite la figura: non sei tu ad andare in scena, è lui che ha bisogno di te per restare in piedi».


Se fosse un burattino, sarebbe un’arlecchina: «Mi sembra una figura fluida, in un certo senso pura: prima era il folletto Alichino, un personaggio tra il demone e l’umano». Racconta del suo burattino costruito su misura, e della sua personalità antica e selvatica: «In testa ha delle penne di fagiano e un codino di lepre. Sul suo vestito le toppe colorate sono quelle originali dell’Arlecchino, che inizialmente erano foglie. Sono elementi che legano la mia Arlecchina – ancora bambina – all’idea di Homo Selvaticus: un uomo primitivo, ancora ingenuo, ma con un forte rapporto con la natura».
Se il suo universo fosse un paesaggio Benedetta racconta che sarebbe Civago, una frazione del comune di Villa Minozzo, sull’Appennino tosco-emiliano: «Lì, c’è una pozza d’acqua con una cascata: è praticamente il mio ufficio d’estate. Mi aiuta molto nella scrittura. È un posto reale che rappresenta il mio processo creativo. Dove tutto scorre, io cerco sempre nuove energie. E, con il tempo, sento che la pozza diventa sempre più grande».
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