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Non è stata la siccità, il mistero del crollo della civiltà Maya si infittisce

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A volte una città scompare prima nelle tracce minuscole che lascia sul fondo di un lago. Un po’ di cenere, molecole arrivate dagli escrementi umani e animali, cere delle foglie finite nel fango, strati scuri depositati anno dopo anno. A guardarli da fuori sembrano soltanto sedimenti. Dentro, però, possono conservare una specie di registro senza scrittura: quante persone vivevano intorno all’acqua, come coltivavano, quanto bruciavano la foresta, quanta pioggia cadeva davvero.

È da qui che il collasso della civiltà Maya diventa più difficile da raccontare con una sola causa. Per decenni la spiegazione più comoda, e in parte sostenuta da diversi studi, ha ruotato attorno alla siccità. Tra il 750 e il 900 d.C. le basse terre Maya, cioè quell’area tropicale della Mesoamerica che comprende zone dell’attuale Guatemala, del Messico meridionale e di regioni vicine, attraversarono un forte declino demografico e politico. Molte città persero abitanti, dinastie e potere. La crisi climatica di quel periodo sembrava il filo più evidente da seguire. Poi Laguna Itzan, nel nord del Guatemala, ha restituito un indizio scomodo: in una delle aree chiave, Itzan, il clima appare stabile proprio mentre la popolazione crollava.

Lo studio pubblicato su Biogeosciences ha lavorato su carote di sedimento prelevate da Laguna Itzan, vicino al sito archeologico omonimo. I ricercatori hanno ricostruito circa 3.300 anni di storia ambientale e umana, usando indicatori chimici capaci di raccontare insieme presenza umana, pratiche agricole e andamento delle piogge. L’area interessa molto gli archeologi perché appartiene alle basse terre sud-occidentali Maya, una regione che alcuni studiosi hanno indicato come possibile punto d’avvio della crisi del periodo Classico terminale.

Il dato più spiazzante riguarda proprio la siccità. Le analisi degli isotopi dell’idrogeno nelle cere fogliari, usate per ricostruire l’umidità e le piogge del passato, indicano per Itzan una variabilità climatica più contenuta rispetto ad altri siti Maya più a nord-est. Laguna Itzan si trova vicino alla Cordillera, dove le correnti provenienti dai Caraibi favoriscono piogge orografiche, cioè precipitazioni generate quando l’aria umida incontra i rilievi e sale, raffreddandosi. In termini molto concreti: mentre altre zone Maya affrontavano periodi secchi durissimi, Itzan riceveva ancora acqua con una certa regolarità.

Eppure la città si svuotò. Durante il Classico terminale, tra circa 1.140 e 1.000 anni fa, gli indicatori di popolazione calano in modo brusco, le tracce di agricoltura si affievoliscono, i segni d’uso del fuoco spariscono quasi del tutto. Il sito viene abbandonato, o comunque perde la densità che aveva raggiunto nei secoli precedenti. Questo rende il collasso Maya meno simile a una carestia locale e molto più vicino a un cedimento di sistema. Itzan aveva acqua, condizioni favorevoli, una lunga storia agricola alle spalle. Ha ceduto lo stesso.

Il passaggio cambia parecchio la prospettiva. Se una comunità con piogge relativamente stabili entra in crisi nello stesso arco di tempo di regioni colpite dalla siccità, il problema corre lungo le relazioni tra città, scambi, alleanze, guerre e dipendenze economiche. Le città Maya vivevano dentro reti complesse. Commerciavano, stringevano patti politici, dipendevano da percorsi, élite, dinastie, campagne e centri urbani collegati tra loro. Una siccità nelle basse terre centrali poteva quindi produrre effetti molto più larghi del perimetro colpito direttamente: conflitti per le risorse, spostamenti di popolazione, rottura delle vie commerciali, caduta di casate regnanti, perdita di stabilità nelle gerarchie regionali.

Dal fuoco nei campi alla scrittura chimica del fango

La parte più interessante dei sedimenti di Laguna Itzan sta nella loro concretezza. I ricercatori hanno osservato tre famiglie di marcatori geochimici. Gli idrocarburi policiclici aromatici indicano l’intensità degli incendi e delle pratiche di taglia e brucia; le cere fogliari aiutano a leggere vegetazione e piogge; gli stanoli fecali, molecole legate alla materia fecale, offrono una stima indiretta della presenza umana. Messi insieme, questi segnali permettono di seguire la vita del territorio per millenni: abitanti, campi, incendi, cambiamenti agricoli, momenti di crescita e fasi di arretramento.

Le prime tracce di attività umana intorno a Laguna Itzan risalgono a circa 4.000 anni fa. I primi insediamenti permanenti emergono invece intorno a 3.200 anni fa, quando aumentano i segni di popolazione e compaiono incendi compatibili con la trasformazione del paesaggio. Nel periodo Preclassico, tra circa 3.500 e 2.000 anni fa, il fuoco era uno strumento centrale: si bruciava per aprire la foresta, liberare terreno e coltivare sulle ceneri rese fertili dalla combustione. Era un’agricoltura fisica, immediata, fatta di tagli, fumo e suolo appena conquistato.

Durante il periodo Classico, tra circa 1.600 e 1.000 anni fa, il quadro cambia. La popolazione diventa più densa, mentre l’uso del fuoco cala in modo marcato. Una spiegazione plausibile è che gran parte della terra fosse già stata liberata dalla foresta e che le comunità avessero bisogno di metodi più intensivi per nutrire una popolazione in crescita. I dati suggeriscono pratiche agricole più specializzate, come campi a creste e solchi per limitare l’erosione, orti più curati e strategie capaci di sfruttare meglio lo spazio disponibile. La riduzione degli incendi si lega quindi a una società più urbanizzata, organizzata e meno dipendente dalla semplice apertura di nuovi terreni.

Questa trasformazione si inserisce bene in ciò che già sappiamo della civiltà Maya al suo apice: città complesse, società stratificate, tecniche agricole adattate ai paesaggi locali, una capacità notevole di modificare l’ambiente senza affidarsi sempre allo stesso metodo. Il mais resta un elemento importante della storia agricola mesoamericana, però a Itzan il rapporto tra coltivazioni, popolazione e fuoco appare variabile, mai lineare. In alcune fasi la presenza umana aumenta mentre certi segnali agricoli cambiano direzione. La vita di un territorio, vista da un lago, somiglia poco a una freccia dritta.

Poi arriva la frattura. Nel Classico terminale, quando molte aree Maya attraversano una crisi profonda, anche Itzan mostra un brusco calo degli stanoli fecali, una diminuzione degli idrocarburi legati al fuoco e segnali coerenti con l’abbandono del sito e la fine delle pratiche agricole locali. La vegetazione riprende spazio. La foresta torna a chiudere porzioni di paesaggio. Il lago registra meno persone, meno campi, meno combustione. Tutto questo avviene in assenza di una forte traccia locale di siccità.

Il crollo a catena delle città Maya parla anche alle società di oggi

La parola “collasso” rischia sempre di rendere tutto troppo pulito. Fa pensare a un edificio che cade perché un pilastro cede. Nel caso del collasso della civiltà Maya, i sedimenti di Itzan spingono verso un’immagine più irregolare: un sistema di città molto collegate, dove la pressione climatica agisce in alcune zone e produce conseguenze altrove attraverso politica, economia, spostamenti umani e guerra. La siccità rimane una parte della storia. A Itzan, però, la crisi arriva senza il segno locale più atteso.

Il clima, quindi, entra nel racconto come un fattore potente e diseguale. Colpisce alcune regioni con più forza, lascia altre apparentemente più protette, poi viaggia attraverso le reti costruite dagli esseri umani. Una città può avere acqua e perdere comunque stabilità se saltano i commerci, se aumentano i conflitti, se arrivano migrazioni improvvise, se crollano le dinastie che reggono alleanze e redistribuzione delle risorse. Itzan, in questa lettura, diventa una comunità trascinata dentro un terremoto regionale pur avendo condizioni ambientali locali meno dure.

La conclusione dello studio resta prudente. Servono altri dati ad alta risoluzione, altri archivi naturali, altri siti studiati con la stessa attenzione per capire quanto fosse davvero disomogenea la crisi nelle basse terre Maya. I ricercatori stessi segnalano il limite: la mancanza di registrazioni paleoclimatiche fitte nello spazio e nel tempo rende ancora difficile testare fino in fondo l’ipotesi di un collasso legato alla siccità nelle basse terre sud-occidentali. Però il segnale di Laguna Itzan pesa. Dove molti si aspettavano l’impronta secca della mancanza d’acqua, emerge una storia più sporca, più umana, più intrecciata.

Fonte: Université de Montréal

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Fonte:

www.greenme.it

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