L’erosione delle coste italiane torna al centro del dibattito dopo il rapporto Spiagge 2026 dell’Osservatorio Nazionale Città Clima di Legambiente e una proposta di legge depositata in Parlamento. Il dossier segnala 1.073 eventi meteo-idro registrati nei comuni costieri dal 2010, pari al 38,6% del totale nazionale e concentrati in 308 comuni su 643; le mareggiate sono aumentate di circa il 550% tra il 2022 e il 2026. La sovrapposizione tra dati scientifici e iniziative politiche propone una lettura unitaria del problema: chilometri di battigia che si restringono con impatti economici e paesaggistici significativi.
Le cause richiamano interventi a monte e fenomeni climatici. Il rapporto richiama l’impatto delle opere rigide e della sottrazione di sedimenti determinata da dighe, escavazioni e cementificazione degli alvei fluviali; ISPRA indica che oltre il 40% delle coste basse è interessato da processi erosivi e che circa 1.500 chilometri di litorale sono oggi protetti con strutture rigide. Eventi estremi come il ciclone Harry hanno mostrato la vulnerabilità del sistema costiero: il dossier ricorda danni economici stimati su larga scala e vittime nelle aree del Mediterraneo colpite dall’evento.
La Puglia è presentata come caso di studio nazionale: quasi 940 chilometri di costa tra Adriatico e Ionio e circa 31 chilometri di spiaggia persi tra il 2006 e il 2020. Località come Monopoli e tratti della costa ionica tarantina evidenziano l’interazione tra erosione e attività economiche locali, compresa la mitilicoltura del Mar Piccolo. In risposta, la deputata Patty L’Abbate propone un Programma nazionale per la resilienza delle coste, la creazione di una banca dati permanente presso ISPRA, piani nazionali aggiornati periodicamente e risorse dedicate a soluzioni basate sulla natura, per privilegiare dune, praterie di Posidonia e zone umide come infrastrutture naturali di difesa.
Il confronto internazionale nel rapporto mette in evidenza approcci diversi, dal progetto Sand Motor nei Paesi Bassi al Coastal Master Plan della Louisiana, dalla legge spagnola del 2013 a piani dell’Inghilterra con orizzonti fino al 2105. In Italia il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici è stato approvato ma resta senza risorse dedicate; organizzazioni come Mare Libero, Legambiente e WWF chiedono soglie minime di spiagge libere e strumenti di co-programmazione. Dalle proposte emerge una convergenza: servono finanziamenti e strumenti coordinati per spostare l’azione dalla gestione emergenziale a una strategia che consideri il ciclo dei sedimenti dalla montagna al mare.

