La guerra in Medio Oriente comincia a lasciare tracce anche sull’economia italiana. I segnali sono già visibili: energia più cara, fiducia in calo e costo del denaro in aumento. I primi segnali passano da tre direttrici precise: rincari energetici, deterioramento della fiducia e risalita del costo del denaro. Non si è ancora in una fase di blocco dell’attività economica, ma il quadro appare in peggioramento e i primi dati del 2026 lo confermano. È quanto emerge dalla Congiuntura Flash di aprile del Centro Studi Confindustria, che offre una lettura aggiornata dell’evoluzione nel breve periodo dell’economia italiana e internazionale, con un focus sugli effetti iniziali del conflitto su energia, tassi, industria, servizi, consumi ed export.
Rincari e rischio forniture: cosa preoccupa davvero le imprese
Tra i segnali più rilevanti che emergono dal report c’è il punto di vista diretto delle imprese. L’indagine rapida condotta da Confindustria mostra come, nella fase attuale, la criticità principale sia rappresentata dal costo dell’energia, seguito da trasporti, assicurazioni e materie prime non energetiche. Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga.
Il tema non è nuovo, ma torna al centro nel pieno delle tensioni geopolitiche. Nel breve periodo, la pressione si manifesta soprattutto sui prezzi più che sulle reali difficoltà di approvvigionamento: i rincari delle materie prime quotate sui mercati internazionali, energetiche e non, sembrano guidati più dall’aspettativa di una futura scarsità e movimenti speculativi piuttosto che da una effettiva carenza fisica. Questo vale in particolare per il petrolio, la materia prima più esposta al conflitto, dove l’effetto sui prezzi è immediato mentre quello sui volumi potrebbe emergere solo nei prossimi mesi.
Tuttavia, lo scenario cambia se il conflitto si prolunga. In quel caso, accanto al tema dei costi emerge con maggiore intensità il rischio legato agli approvvigionamenti, con possibili effetti più profondi sulla produzione industriale.
Energia, quanto pesa la guerra sui conti delle imprese
Il Centro Studi di Confindustria ha stimato l’impatto dei possibili scenari legati al conflitto in Iran sui costi energetici delle imprese italiane, applicando le variazioni dei prezzi delle commodity alla struttura dei costi di produzione. Il punto di partenza è già critico: nel 2025, per effetto degli strascichi dell’impennata di gas e petrolio del 2022, la manifattura italiana sostiene una bolletta più elevata rispetto ai principali concorrenti europei, come Francia e Germania, con un’incidenza dei costi energetici salita dal 3,9% pre-Covid al 4,9%.
Le prospettive per il 2026 dipendono in larga parte dall’evoluzione del conflitto. In uno scenario di normalizzazione a metà anno, con petrolio intorno ai 110 dollari e ripristino dei flussi commerciali, il sistema manifatturiero italiano si troverebbe a sostenere circa 7 miliardi di euro aggiuntivi rispetto al 2025, con un’incidenza dei costi energetici che salirebbe al 5,9%. Se invece la crisi dovesse protrarsi per l’intero anno, con quotazioni del petrolio attorno ai 140 dollari, l’aggravio salirebbe fino a 21 miliardi di euro, portando il peso dell’energia al 7,6% dei costi totali, vicino ai livelli critici osservati nel 2022.
In questo contesto, la tenuta competitiva delle imprese italiane verrebbe messa sotto pressione, anche per il divario rispetto ad altre aree, come il continente americano, dove i prezzi di petrolio e gas risultano più contenuti.
Fonte:
www.finanzaonline.com



