In cambio di “determinate concessioni alla città, alcune aree non saranno contabilizzate come sl”, ossia superficie lorda. Sono i termini di quella che viene definita una “negoziazione creativa”, che i consulenti di Inter e Milan puntavano a concludere con gli esponenti del Comune di Milano nella vendita di San Siro, impianto più area circostante. Una vicenda su cui la Procura sta indagando.
Turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio sono le accuse contestate a nove persone, tra cui gli ex assessori Giancarlo Tancredi e Ada Lucia De Cesaris, il dg del Comune Christian Malangone e sul fronte delle società calcistiche Mark Van Huukslot e Alessandro Antonello, rispettivamente ex manager ed ex Ceo corporate del club nerazzurro, e gli advisor delle due squadre Fabrizio Grena e Marta Spaini e cui si aggiunge, per i rossoneri, Giuseppe Bonomi. Dal provvedimento firmato dai pm Paolo Filippini, Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi, che ieri ha portato la Gdf a effettuare perquisizioni e sequestri, non solo viene a galla il sospetto di una procedura confezionata per assecondare le esigenze dei due club, ma anche alcuni temi di indagine ancora da verificare. Come appunto una sorta di “do ut des” tra privato e pubblico che Grena, nell’ottobre 2024, riassume in una mail a Katherine Ralph, top manager di Oaktree, il fondo statunitense che controlla l’Inter. “C’è flessibilità per negoziare accordi”, aveva scritto nell’autunno di due anni fa. “Il che significa che in cambio di determinate concessioni alla città – aveva precisato – alcune aree non saranno contabilizzate come superficie lorda”, aggiungendo che si sarebbe trattato di una “negoziazione creativa”.
In sostanza, si evince dagli atti, l’obiettivo sarebbe stato l’abbattimento delle superficie lorda dello stadio con i conseguenti vantaggi in merito agli oneri di urbanizzazione e all’indice di edificabilità, in cambio di “concessioni” a favore della collettività. Un risvolto che ha al centro questioni urbanistiche e che verrà approfondito con una consulenza tecnica da parte dei pubblici ministeri: “di particolare rilievo”, scrivono, è la “determinazione della superficie lorda, perché da esso dipende l’entità di sviluppo commerciale che si potrà svolgere sull’area”. Nelle 68 pagine del decreto si intuisce anche che inquirenti e investigatori puntano sulle analisi del telefono e degli altri dispositivi di Malangone, avendo già in mano copia dei contenuti estratti dai dispositivi (sequestrati nella maxi indagine sull’urbanistica) di De Cesaris e Tancredi. Il dg di Palazzo Marino “risulterebbe essere stato il soggetto a più diretto e stretto contatto con gli interlocutori privati”, con cui ci sarebbero stati incontri lontano dagli uffici comunali e a cui avrebbe girato delibere in via di stesura e comunicato esiti di verifiche in anteprima.
Anche oggi il dibattito politico ha affrontato il caso Meazza. “Un sindaco serio dopo questi sviluppi di indagine blocca tutto. Il Comune dovrebbe essere il primo a dire ‘fermi fino a che non è chiarito tutto'”, ha detto Luigi Corbani, ex vice sindaco e fondatore del Comitato Sì Meazza e firmatario di diversi esposti in Procura e alla Corte dei Conti. “Avrei potuto tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco”, è la replica di Giuseppe Sala. “Certo, i milanesi avrebbero visto partire i lavori per il nuovo stadio di Roma, per esempio, mentre a Milano ci si sfiniva in dibattiti. Ma non sarebbe stato da me. Questa città non merita un sindaco passacarte. E speriamo non lo avrà mai”, ha spiegato ricordando la posizione dei club: “o uno stadio nuovo o via da Milano. Io – ha concluso – sono per la prima ipotesi, credo anche i milanesi”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
Fonte:
www.ansa.it



