Complici le forme strabordanti di Lauren Bezos – e i muscoli palestrati e i miliardi di dollari di suo marito Jeff – il corpo umano entra di prepotenza al Met di New York. La nuova mostra del Costume Institute, Costume Art, accoppia pezzi delle collezioni del museo con altrettanti abiti di alta moda il cui compito è di evidenziare che, nelle parole del curatore Andrew Bolton, “il corpo – nudo o vestito – è il filo conduttore che attraversa l’intero museo”. La contestata sponsorizzazione dei Bezos – e le polemiche legate ai legami del re dell’e-commerce con la famiglia di Donald Trump – ha fatto ombra ancor prima del taglio del nastro alla logica del percorso espositivo che parte dal corpo classico, obbediente ai canoni di bellezza e armonia decretati dall’antica Greci, per passare attraverso il corpo grasso e quello disabile, a quello in gravidanza, quello vitale fatto di vene e sangue, quello che invecchia e quello che muore.
In questo senso Costume Art, presentata alla stampa in vista dell’apertura al pubblico il 10 maggio con la Bezos e Venus Williams invitate d’onore, è la mostra più consapevolmente ‘body-positive’ mai realizzata dal museo sulla Quinta Strada. Con un un totale di 400 pezzi che attraversano secoli di storia dell’arte, Costume Art sostiene non solo che la moda è arte (il dress code del contestatissimo gala del 4 maggio) ma anche, in modo più radicale, che l’arte è moda. Il punto di partenza è una teca di vetro che si estende fino alla Great Hall dedicata al corpo nudo in cui i capi rivelano il corpo attraverso la trasparenza – leggings color carne di Vivienne Westwood, esposti accanto a un’incisione del 1504 di Albrecht Dürer raffigurante Adamo ed Eva – o vere e proprie esposizioni della pelle come nel monokini di Rudi Gernreich del 1964 che ruppe un tabù mostrando il seno in spiaggia. La prima grande galleria, intitolata “L’essere corporeo nella sua diversità”, si apre con abiti fluttuanti di ispirazione greca, accostati a immagini su vasi e anfore antiche, ma l’allestimento si distanzia subito dalle forme classiche per esplorare quelle che la moda ha tradizionalmente ignorato. Il “pregnancy dress” della stilista britannica Georgina Godley apparso nella collezione Bump and Lump del 1986 celebra in modo esplicito il ventre materno accostato a una rara (per l’epoca) scultura del 1920 di Edgar Degas di una donna incinta. Per la prima volta, al posto dei soliti manichini extra small, gli abiti della mostra sono indossati da manichini modellati su persone reali – la stilista di corsetti Michaela Stark, l’atleta paralimpica Aimee Mullins, l’attivista Sinéad Burke che è affetta da nanismo e la modella trans in sedia a rotelle Aariana Rose Philip – con una grande varietà di tipologie corporee. I manichini hanno per volto uno specchio su cui si riflette quello del visitatore: l’idea, ha spiegato il curatore Andrew Bolton, è “riflettere sulla propria esperienza vissuta, auspicabilmente per creare una connessione, empatia e compassione reciproca”. Il Costume Institute del Met è l’unico dipartimento del museo che si auto-finanzia: la fonte è il gala del primo lunedi’ di maggio che l’anno scorso ha raccolto la bellezza di 31 milioni di dollari, un record già battuto da quello del 2026. Forte di questi incassi, l’Istituto intitolato alla madrina del gala, Anna Wintour, ha traslocato dai seminterrati per occupare un vasto spazio al piano nobile ricavato dall’ex negozio della Great Hall. Le nuove gallerie sono state dedicate a Conde M. Nast, il fondatore del gruppo editoriale che pubblica, tra l’altro, Vogue. “E’ il nuovo cuore del museo”, ha detto Bolton, e il luogo dove saranno ospitate le prossime mostre che, come questa che chiuderà dopo otto mesi in gennaio, potranno restare allestite più a lungo senza danni per i fragili artefatti che altrimenti non potrebbero rimanere esposti.
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