Dal 12 al 17 maggio 2026 la Sala Tre ospita “Gente spaesata”, drammaturgia originale e regia di Sofia Russotto, con Michele Eburnea, Filippo Marone e Gaja Masciale. Produzione di Colline Far, con il sostegno di BeiRicordi.
Una casa qualsiasi, una notte qualsiasi. Due ragazzi scandiscono il passare delle ore tra musica ad alto volume, alcol, cocaina, e discorsi inconcludenti su come cambiare il mondo. Un muro di casse e una consolle da dj diventano la scenografia che fa da cornice alla vicenda. L’equilibrio si incrina all’arrivo di una giovane donna, diventata madre troppo presto, senza un padre riconosciuto.
Il testo si sviluppa su tre figure che non sanno proiettarsi nel futuro: tre figure che vivono di notte perché di giorno non si sentono viste, sanno di non essere necessari a nessuno e preferiscono evitare la prova quotidiana di questa sensazione. L’utilizzo di sostanze da parte dei ragazzi non è un dettaglio di costume, ma un meccanismo drammaturgico: la cocaina crea l’illusione di avere tutto sotto controllo, di poter scrivere il destino con le proprie mani. Il prezzo da pagare è l’isolamento progressivo che allontana dalla realtà, fino a rendere la prospettiva della morte più seducente rispetto alla costruzione di un domani incerto.
L’ingresso della ragazza madre racconta la maternità come condizione permanente: il figlio esiste anche quando non appare in scena, una presenza che misura la distanza tra parole e fatti, tra dichiarazioni e responsabilità. Durante lo spettacolo, il suono occupa lo spazio: la consolle è un centro di gravità che attrae e respinge, un altare laico davanti al quale i personaggi comunicano il proprio straniamento.
«L’incapacità di proiettarsi in un futuro, di vedere i propri progetti come qualcosa di connesso a un desiderio profondo. Quell’assistere allo scorrere della vita in terza persona senza esserne granché coinvolti. È questa l’atmosfera in cui sono immersi i tre protagonisti di Gente Spaesata», scrive la regista. «La mancanza di connessione con la realtà li avvicina vorticosamente al desiderio di morte, prospettiva più seducente del costruirsi un futuro incerto in un mondo che non li comprende e che loro non comprendono».
Fonte:
www.linkiesta.it



