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La prima guerra sporca di Israele, e l’opposizione dei generali

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Quanto alla comprensibile e condivisibile commozione per le troppe vittime civili a Gaza va ricordato un fatto fondamentale ma sempre ignorato: l’aviazione israeliana ha applicato a Gaza la stessa, identica strategia di bombardamenti aerei massicci e a tappeto effettuati dalla Coalizione Internazionale contro l’Isis che tra il 2015 e il 2017 ha provocato, secondo «Le Monde Diplomatique», «la morte tra 20.000 e 55.000 civili siriani e iracheni»1 . Il culmine di quella operazione è stata la distruzione via aerea di tutti i quartieri di Mosul che ha provocato migliaia e migliaia di vittime civili.

Un bilancio di morte e di distruzione, un “crimine di guerra” del tutto simile a quello di Gaza con alcune, enormi e cruciali differenze: l’esercito israeliano ha trasmesso nei due anni di guerra milioni e milioni di Sms per avvisare i civili palestinesi dell’imminente bombardamento delle loro abitazioni per potersi mettere in salvo. In Iraq e Siria i bombardamenti sono stati invece indiscriminati e nessuno ha avvertito la popolazione civile della devastazione imminente. A Gaza, inoltre, da un quindicennio, la popolazione civile gode di un enorme privilegio, unico al mondo: nessuno deve lavorare per mangiare. Per colpa essenzialmente del Qatar, della copertura mediatica di al Jazeera, dell’ipocrisia araba e della cecità dell’Unione Europea, si è infatti creata una situazione surreale: ogni giorno prima del 7 ottobre, come ha dichiarato Marta Lorenzo, direttrice dell’Unrwa, nella Striscia «entravano 500 camion di aiuti»2 . Dunque, ogni abitante di Gaza, senza fare niente, nominalmente riceveva ogni giorno nove etti e mezzo di aiuti. Più di quattro chili e mezzo per ogni famiglia con tre figli.

Altra differenza cruciale tra i bombardamenti a tappeto e indiscriminati sui civili, senza preavviso su Mosul e le città siriane e irachene, è che il Tribunale Penale Internazionale nulla ha eccepito, li ha trovati normali. Si viene incriminati per crimini di guerra o genocidio solo se a ordinarli sono degli ebrei.

Nessuno, dunque, ha protestato o si è mai indignato per i morti di Mosul, Iraq e Siria, provocati da bombardamenti aerei di una coalizione di cui hanno fatto parte tutti gli Stati democratici, Italia inclusa, e molti paesi arabi e islamici. Nessuna manifestazione per le strade d’Europa.

Il numero delle vittime civili di Gaza peraltro deve essere rigidamente ridimensionato rispetto alle cifre propagandistiche del tutto inattendibili proclamate da Hamas. Innanzitutto, perché più di 20.000 morti non sono affatto civili, ma miliziani in armi, quindi militari. Questa è una valutazione condivisa e non obiettabile, anche se sempre dimenticata.

In secondo luogo, perché è stato provato che le cifre fornite da Hamas sono in progressione armonica e costante, con un coefficiente di incremento fisso, un fatto impossibile. Infine, perché secondo Hamas di fatto a Gaza sono stati uccisi solo donne e bambini, pochissimi uomini, il tutto a favor di propaganda.

La principale opposizione alla continuazione della guerra è stata quella dei generali israeliani. E questo dice molto di Israele e del suo esercito.

I vertici della difesa di Gerusalemme nell’autunno del 2024 consideravano vinta e quindi da terminare la guerra nella Striscia, ma hanno dovuto ubbidire al potere politico che ha imposto che continuasse per un ulteriore anno. Al mondo è sfuggito questo scenario che pure era evidente: i generali israeliani non volevano continuare una guerra che secondo loro aveva conseguito una vittoria su Hamas. Inoltre, non volevano una sua continuazione che palesemente mirava a fare fuggire i palestinesi dalla Striscia e ad annetterla a Israele, come proclamavano i ministri suprematisti che ne hanno imposto la continuazione.

La tradizione delle forze armate israeliane e soprattutto la loro compenetrazione totale, radicale con la popolazione che ne fa l’unico vero ed effettivo “esercito popolare” al mondo, esclude qualsiasi ipotesi di rottura, di insubordinazione aperta dei generali al potere politico. Ma, appunto perché si identifica in pieno con il popolo israeliano, l’esercito con la Stella di Davide ne rispecchia totalmente le contraddizioni e le divisioni. Soprattutto nell’ultimo anno, nel quale dissennatamente Bibi Netanyahu, pur di restare al potere, ha sempre più concesso una egemonia politica ai ministri suprematisti e para fascisti. Per questo, l’opposizione netta del vertice militare alla volontà del governo di intensificare la guerra ha lacerato ulteriormente l’intera nazione. Per questo, i vertici militari hanno subìto l’imposizione bellicista voluta da Bibi Netanyahu. È in quel secondo anno di protrarsi delle devastazioni e della sofferenza della popolazione palestinese, abilmente gestita da Hamas, che è montata la riprovazione e la rivolta morale internazionale contro Israele che ne paga un prezzo altissimo.

Il punto del dissidio era netto: per bocca del ministro della Difesa ed ex Comandante delle Idf, il generale Yoav Gallant, già nell’ottobre del 2024, la guerra era da considerarsi vinta: «Hamas in quanto organizzazione militare non esiste più ed è ridotto a effettuare solo azioni di guerriglia. La guerra, nella sua forma attuale deve terminare per aprire una fase basata su quattro pilastri»3 . «La guerra deve terminare»: una valutazione chiara e netta.

Questi sono i passaggi delineati dal ministro: Israele può accedere alla richiesta di Hamas di terminare le operazioni militari e l’occupazione di Gaza e ottenere così la liberazione degli ostaggi; Idf sarà pronta a intervenire in qualsiasi momento; una forza militare multinazionale composta da usa e paesi arabi deve prendere il controllo del territorio, un organismo amministrativo tecnico palestinese si deve occupare della amministrazione; Israele ed Egitto collaboreranno per la sicurezza dei confini e all’interno della Striscia.

Come si vede, in nuce è esattamente lo schema del Piano Biden, presentato dal presidente americano il 31 maggio 2024 e approvato peraltro dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e soprattutto della più completa ed esaustiva, ma omogenea, proposta di Donald Trump, approvata nel vertice di Sharm el Sheikh il 14 ottobre 2025, che ha sancito la tregua, poi recepito nella risoluzione 2803 dell’Onu.

Tratto da “Israele, lo Stato necessario” (Rubbettino), di Carlo Panella, 18 euro, 240 pagine.


Fonte:

www.linkiesta.it

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