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Falliscono i colloqui con l’Iran, e Trump lancia l’ennesimo ultimatum

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Il fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad apre una nuova fase della crisi nel Golfo: quella della coercizione diretta. Dopo 21 ore di negoziati senza accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che la Marina americana avvierà «immediatamente» il blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo.

La decisione segna una svolta netta rispetto alla linea negoziale degli ultimi giorni. L’obiettivo dichiarato è impedire all’Iran di esercitare pressione sulla navigazione e, soprattutto, di trarre vantaggio economico dal controllo dello stretto, da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale. Washington intende intercettare le navi che avrebbero pagato pedaggi a Teheran e avviare operazioni di sminamento, con il possibile coinvolgimento di altri Paesi, tra cui il Regno Unito.

Ma il significato politico della mossa va oltre il piano operativo. Il blocco navale rappresenta una forma di pressione estrema, che si colloca sul confine tra deterrenza e atto di guerra. Trump lo ha esplicitato senza ambiguità: nessun compromesso parziale è accettabile, «non il 90%, non il 95%, ma tutto». Al centro dello scontro resta il nodo nucleare: gli Stati Uniti chiedono garanzie definitive sull’impossibilità per l’Iran di sviluppare armi atomiche o anche solo di avvicinarsi rapidamente a quella capacità. Teheran, da parte sua, rivendica il diritto a un programma nucleare civile e accusa Washington di richieste irrealistiche.

Il risultato è uno stallo che rischia di degenerare rapidamente. Il cessate il fuoco di due settimane, raggiunto dopo le minacce di Trump e già fragile, scade il 22 aprile e al momento non ci sono indicazioni su una sua possibile estensione. I mediatori pakistani parlano di canali diplomatici riaperti, ma le posizioni restano distanti e la retorica si è fatta più dura.

Nel frattempo, le conseguenze economiche della crisi si fanno già sentire. La riduzione dei flussi attraverso Hormuz ha colpito i volumi disponibili più che i prezzi, in un mercato energetico già stressato da anni di shock consecutivi. Secondo stime circolate nelle ultime ore, mancano all’appello milioni di barili al giorno, mentre in Asia il petrolio viene scambiato a livelli molto elevati. La questione, più che il costo, è la disponibilità fisica delle forniture.

Sul piano militare, il rischio è quello di un’escalation accidentale o intenzionale. La presenza di mine, le operazioni di interdizione navale e la possibilità di reazioni iraniane aumentano la probabilità di incidenti. A questo si aggiungono gli altri fronti aperti, in particolare il Libano, dove Israele continua le operazioni contro Hezbollah, complicando ulteriormente il quadro regionale.

La dimensione internazionale della crisi è destinata ad ampliarsi. L’Unione europea e l’Oman chiedono di proseguire gli sforzi diplomatici, mentre la Russia si dice pronta a mediare. Sullo sfondo, resta la Cina, destinataria di un avvertimento diretto da parte di Trump: dazi al 50% in caso di supporto militare a Teheran.

In questo contesto, il blocco dello Stretto di Hormuz appare come un tentativo di ribaltare i rapporti di forza attraverso la pressione economica e militare. Ma è una strategia che comporta rischi elevati: se da un lato può spingere l’Iran a tornare al tavolo, dall’altro riduce gli spazi di compromesso e aumenta la probabilità di un confronto più ampio. La crisi del Golfo assume così una dimensione sempre più sistemica. Ieri, intervenendo all’evento della Scuola di formazione politica della Lega, Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha definito la crisi attuale «l’evento più importante degli ultimi 40 anni». «Dopo la guerra Iran.Iraq, il 2008 con la crisi finanziaria, il Covid e la guerra tra Russia e Ucraina», spiegato. «Sono eventi che in termini di domanda hanno fatto cadere da 3 a 7 milioni di barili ora mancano all’appello 4 milioni di prodotti e 11-12 milioni di grezzo. Questa crisi è arrivata dopo 5 anni dal Covid e dalla guerra Russia-Ucraina dove sono in parte spariti barili».


Fonte:

www.linkiesta.it

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