Il food design viene spesso ridotto a una questione di estetica: piatti belli, composizioni curate, effetti scenici, colori di moda applicati alle ricette. Ma questa è una semplificazione: il design, applicato al cibo, non riguarda solo come appare ciò che mangiamo, ma come viene progettato, prodotto e vissuto. Per capire da dove nasce questo approccio bisogna tornare alla rivoluzione industriale: lì il cibo inizia a essere progettato e non più solo coltivato o cucinato, ma pensato in funzione della conservazione, del trasporto, della replicabilità. Nascono i formati standard, il packaging moderno, i primi prodotti trasformati. In quel momento il termine food design non esiste ancora, ma il processo è già in atto.
Tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila avviene il passaggio decisivo: l’industria alimentare separa e ricompone gusto, consistenza e struttura e inizia ad applicare le regole del design anche al cibo. La gastronomia d’avanguardia lavora sulla materia come un linguaggio. In Francia prende forma il design culinaire, mentre in Italia nasce un vero Manifesto che dal 2006 definisce il food design come disciplina progettuale autonoma.
Oggi il rapporto tra cibo e design si articola su tre livelli distinti. Il primo è il design del cibo, in cui il progetto interviene direttamente sulla materia. Forma, texture, struttura diventano variabili progettuali. Una pasta è disegnata per trattenere meglio il sugo, uno snack per essere sempre identico, un piatto contemporaneo per offrire un’esperienza sensoriale precisa.
Il secondo livello è il design con il cibo, in cui diventa materiale espressivo. Non si tratta più solo di nutrire, ma di comunicare. Succede nella food art, ma anche in molte esperienze di ristorazione dove il piatto costruisce un racconto, un’estetica, una posizione culturale. È qui che si apre il dibattito sulla cucina che sta a metà tra arte e artigianato.
Il terzo livello è il design per il cibo, il più ampio e strategico. Riguarda tutto ciò che rende possibile il consumo: packaging, utensili, servizi, distribuzione, in cui il cibo diventa sistema. Una confezione progettata per durare di più, un servizio di delivery pensato per ridurre gli sprechi, uno spazio di vendita organizzato per orientare le scelte, ma anche un pack in grado di mantenere più a lungo le caratteristiche organolettiche di un prodotto o un piatto da catering, in grado di assolvere anche alla funzione di portabicchieri.
Questa distinzione chiarisce un punto essenziale. Il food design non è una tendenza, ma uno strumento per leggere il presente. Interviene su come mangiamo, su cosa troviamo disponibile, su come il cibo viene raccontato e distribuito, ed è in grado di lavorare sulla cultura materiale del cibo.
Non sorprende quindi che il tema trovi spazio alla Milano Design Week, la settimana più frizzante dell’anno per la città, nella quale anche il cibo smette di essere semplice contorno e diventa contenuto. Quest’anno anche noi di Gastronomika abbiamo costruito il nostro palinsesto, portando il dibattito dentro Casa Gastronomika, uno spazio pop up che nel pomeriggio di martedì 21 aprile animerà i locali di Lynk&Co in corso Venezia 6 per trasferire i contenuti del giornale in un luogo fisico, con la redazione che incontra i lettori in un dialogo vivace tra cibo, giornalismo e design.
La giornata da Link&Co si apre alle 14.30 con un brindisi con la redazione. Alle 15.00 è in programma “La merenda con Forketters e MilanoSecrets”, un incontro dedicato alle mete più ambite della città con Giacinta Cavagna. Alle 16.00 spazio ai Gastronomika Talks, con chef e designer chiamati a raccontare il rapporto tra cibo e progetto. Voci diverse si confrontano sul rapporto tra cibo e design, inteso come progetto, estetica e narrazione. Intervengono Roberta Antonioli, Giandomenico Frassi, Cesare Murzilli, Pasquale Bonsignore, Marzia Riva, Leo Prusicki, Silvia Botti e Federico Iozzi. Professioni diverse, stesso terreno di indagine: come si costruisce oggi il racconto del gusto, e come si intreccia con il design.
All’interno della settimana del design, il cibo si rivela per quello che è diventato: non più solo qualcosa da consumare, ma qualcosa da progettare insieme, parlando di enogastronomia.

Fonte:
www.linkiesta.it



