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Il governo Meloni rischia di affogare tra il Danubio e il Potomac (e l’Oltretevere)

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Tra il Danubio, il Potomac, e il Tevere (meglio, Oltretevere) affoga la reazione sovranista in agguato da tempo, e nella risacca del trumpismo rischia di affogare Giorgia Meloni, se non si divincola subito.

Il che non è facile per una come lei che pensava di fare di Palazzo Chigi la succursale italiana di Mar-a-Lago in asse più con Budapest che con Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino. Adesso i Fratelli di Orbán fischiettano, minimizzano, maramaldeggiano. S’ispirano alla volpe di Fedro che non riuscendo a prendere l’uva diceva che tanto era acerba. Certo che in Ungheria non ha vinto la sinistra: non c’era, persino. Però il voto di domenica ha smontato la retorica dell’uomo forte, del consenso blindato, della democrazia “guidata” spacciata per alternativa efficiente a quella liberale. Fine dei giochi. Giochi che dalle parti di Atreju piacevano moltissimo.

La destra italiana melonian-salviniana infatti aveva innalzato il teorico della democrazia illiberale a punto di riferimento fortissimo, secondo solo all’incendiario di Washington, cacciato domenica notte a suon di voti dagli ungheresi felici come nel 1989, nelle giornate immediatamente precedenti il crollo del Muro di Berlino, quando il Posu (così si chiamava il partito comunista ungherese) usciva di scena. E anche allora le ragazze e i lavoratori di Budapest riempivano l’enorme spazio davanti al Parlamento e la riva di Buda, come domenica sera. Cadeva il comunismo, cade il sovranismo illiberale che non è riuscito a cancellare la democrazia.

I figli del 1989, i nipoti o pronipoti del 1956 antisovietico festeggiano: un filo c’è, quello della libertà. Per gli amici italiani di Orbán è un colpo durissimo. Meloni e Salvini gli avevano fatto gli auguri insieme a Le Pen, Waidel, Abascal: fascisti, più o meno. Stavano da quella parte della barricata. Ora Meloni, a parte il ceco Babis e lo slovacco Fico, che contano zero, è l’unica leader europea organica a Trump. Un isolamento politico e persino psicologico che avvertirà ogni volta che dovrà sedersi a Bruxelles, guardata con sospetto e scetticismo da tutti gli altri.

Tutto è contro di lei, «tranne la personale cortesia» degli europei, per usare la frase di Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi dopo la guerra. In un mondo messo sottosopra dal mad dog della Casa Bianca che sta facendo saltare l’economia mondiale e i conti di alcuni miliardi di persone, la presidente del Consiglio prende tempo nella grande illusione che per magia le cose torneranno a posto. E domenica notte sempre dal tycoon del Potomac è arrivata un’altra terrificante mazzata. L’attacco a Leone XIV. Espresso in termini da peggiori bar di Caracas. Meloni ha dapprima furbescamente fatto gli auguri al Pontefice in viaggio verso l’Africa così da segnalare che lei c’è, ma senza entrare nel merito del più rozzo attacco a un Papa dai tempi degli imperatori. Troppo poco. Infatti poi è stata costretta a dire di trovare «inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre».

C’ha messo più di mezza giornata, la cristiana Giorgia: un altro avrebbe impiegato due minuti. Non ha capito che Robert Prevost sarebbe inevitabilmente entrato nel mirino dell’imperatore di Washington, e non solo, banalmente, perché è americano. Ma perché questo Papa sa adoperare al meglio il linguaggio pacato nella forma e saldissimo nella sostanza che discerne il bene dal male con la forza della ragione e del senso della Storia.

«Io non discuto con lui», non ne ha paura. Il suo magistero è ben più alto. Per questo, come nel Medioevo, l’imperatore americano con il suo ferino istinto avverte il pericolo che il suo potere venga sovrastato dal messaggio del Pontefice. E Meloni prova per l’ennesima volta a barcamenarsi. A zigzagare tra tutto e il contrario di tutto. Persino trumpiana ma come direbbe Tajani «fino a un certo punto», dove inizia il Colonnato del Bernini. Quel Donald a cui voleva venisse conferito il Nobel per la pace sta seminando guerre e minacce al benessere. Per la presidente del Consiglio, Trump doveva essere la sua delizia e invece è la sua croce: comincia a capire che le farà perdere le elezioni, dopo il referendum. La botta referendaria, i guai del governo, il disastro di Orbán, l’assalto a Leone: per la destra italiana infatti non è ancora la tempesta perfetta, ma le assomiglia molto.


Fonte:

www.linkiesta.it

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