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Kyjiv colpisce la capacità russa di esportare petrolio, non solo di produrlo

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L’Ucraina alza il livello dello scontro e porta la guerra sempre più in profondità nel territorio russo. Secondo l’ultimo report dell’Institute for the Study of War, nella notte tra il 5 e il 6 aprile le forze ucraine hanno colpito il terminal petrolifero di Sheskharis, vicino al porto di Novorossiysk, uno dei principali hub per l’export energetico russo sul Mar Nero. Le immagini geolocalizzate e i dati satellitari confermano incendi estesi nell’area dei moli per petroliere, mentre fonti industriali indicano danni alla banchina principale utilizzata dalla compagnia statale Transneft. Non si tratta, dunque, di un attacco simbolico: nel mirino è finita direttamente la capacità russa di esportare petrolio. È questo il salto di qualità evidenziato dall’Institute for the Study of War. Kyiv non si limita più a colpire depositi o raffinerie, ma punta ai nodi logistici che consentono alla Russia di trasformare la produzione energetica in entrate fiscali. Novorossiysk, del resto, è una vera arteria strategica: movimenta circa 700.000 barili di greggio al giorno ed è un punto di transito cruciale anche per il petrolio kazako diretto ai mercati occidentali.

Colpire questo snodo significa quindi aprire una doppia partita. Da un lato, ridurre i flussi di cassa che finanziano lo sforzo bellico russo; dall’altro, introdurre un premio di rischio nei mercati energetici globali, con possibili ripercussioni sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento. Un equilibrio delicato anche per i partner occidentali, chiamati a sostenere Kyiv senza destabilizzare eccessivamente il sistema energetico internazionale.

Parallelamente, l’operazione mette sotto pressione il sistema difensivo russo. Diversi milblogger vicini al Cremlino, citati dal think tank, parlano apertamente di difese aeree al limite, con scorte di missili in rapido esaurimento. Il problema, sottolineano, non è solo tattico ma industriale: Mosca non è in grado di produrre rapidamente le quantità necessarie per sostenere questo ritmo di intercettazioni.

La strategia ucraina appare sempre più orientata a una logica di logoramento asimmetrico: droni relativamente economici impiegati in attacchi continui e coordinati per saturare sistemi avanzati come S-400 e Pantsir. Il risultato è una pressione costante che obbliga a disperdere le difese su un numero crescente di obiettivi, civili e militari.

Non meno significativo è il possibile danneggiamento di una fregata russa nel porto di Novorossiysk. Se confermato, l’episodio indicherebbe la fine dei santuari sicuri nel Mar Nero: dopo il ridimensionamento della presenza a Sebastopoli, anche le basi più arretrate risultano ora esposte. Il fronte marittimo, di fatto, si è esteso di centinaia di chilometri.

A questo quadro si aggiunge il nodo del personale. Sempre secondo l’Institute for the Study of War, il ministero della Difesa russo sta reclutando meno soldati del necessario per raggiungere gli obiettivi annuali: nei primi tre mesi dell’anno il ritmo è stato significativamente inferiore al target, con una quota rilevante di nuovi arruolati proveniente da fasce sociali fragili o con precedenti penali.

Ne emerge una dinamica chiara: l’Ucraina sta cercando di trasformare il conflitto in una competizione sulla sostenibilità complessiva del sistema russo. Colpire export energetico, difese e capacità di rigenerazione delle forze significa costringere Mosca a scelte difficili su cosa proteggere e dove allocare risorse sempre più limitate.

In questo scenario, ogni attacco non è solo un’azione militare, ma un tassello di una strategia più ampia: erodere, nel tempo, la capacità della Russia di sostenere la guerra.


Fonte:

www.linkiesta.it

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